MUSICA
Impressioni di viaggio

Varie
Fiera di Rimini, cibo per le orecchie
Internet è libertà anche per la musica ?
La rete è democrazia ma la musica non si paga
Da New Orleans a Isola del Liri il nero fiume del Blues
Brevi appunti da Umbria Jazz 1999
"La vera libertà è cambiare"
"Il sogno californiano è ancora un'emozione"
Londra, 70mila per Pavarotti al concerto di Hyde Park
Perugia, il jazz magnetico di Jarret re dei virtuosi
Bob Marley
Il profeta danzante
Carmen Consoli
Voglio giocare con la musica non ho tempo per l'amore
Patti Smith
Dalla regina del rock una poesia per Michelangelo
Dionne Warwick
A Jazz & Image di Roma arriva la leggenda del pop
Manu Chao
Capostazione della esperanza
U2
U2: la voce più bella del rock conquista il Delle Alpi 
U2: Bono accende lo stadio dopo la siesta in camerino
U2: tra la folla che aspetta chiamandosi fratello
U2, The Edge: la musica parla da sola della nostra vita
Paolo Conte
I sogni di Razmataz chiudono Umbria Jazz

Fiera di Rimini, cibo per le orecchie

….OK, lo ammetto! Sono stato messo a dura prova!

Spesso mi capita di aggirarmi tra pelli di batterie, chitarre e tastiere di negozi musicali con l’aria del maniaco, ad annusare l’odore di strumento immacolato, a sognare di possederlo…

Capite bene quindi a quale tortura psicologica va incontro un musicista se a maggio visita la terza edizione della fiera degli strumenti musicali di Rimini!

Un mondo di suoni, luci e colori confezionato con attenzione e cura dei particolari, stand (circa 500!) traboccanti di strumenti da provare, di signorine che regalano depliant e grandi curve.. roba per palati fini, in tutti i sensi!

26.000 metri quadrati, un luogo di perdizione dove altri musicisti si aggirano e colpiscono per il loro tipico passo da zombie dovuto all’indecisione su dove andare, cosa guardare, cosa provare e cosa ascoltare e dove chiedere e cosa fare…

La novità che salta subito agli occhi è il grande numero di stand multimediali, indice di un cambiamento radicale nel modo di fare musica; lo stand della Roland in questo mi è sembrato il più interessante per le novità e forse anche il più affollato, ma anche la Charlie lab con il suo "Megabit Pro" sembra abbia risolto tutti i problemi legati al piano bar. Interessanti anche le lezioni multimediali e le dimostrazioni live per nuovi prodotti midi, ma il fascino comunque della vera musica live che ormai in molti definiscono "artigianale" rimane inalterato nonostante l’avvento delle nuove tecniche..

Come rinunciare all’ascolto di un’improvvisazione di percussioni o anche soltanto di un batterista che prova qualche strumento, o ancora il piacere di sfondarsi i timpani dentro una delle tante "Demo Room" messe a disposizione per le esibizioni live di svariati gruppi, emergenti o affermati che siano?

Tutti, anche i non musicisti comunque sono fruitori di musica, quindi trovarsi a Rimini non può che far bene, anche e soprattutto perché oltre a poter provare strumenti e novità, si creano dei veri punti d’incontro dove, dopo un primo inevitabile smarrimento iniziale per la vastità della fiera, ci si sente quasi a casa e ci si ritrova anche a parlare di problemi legati al settore musicale. E’ il caso dei numerosi convegni e dibattiti che hanno fatto emergere grandi problematiche irrisolte (il difficile rapporto SIAE-Autori, il riconoscimento della categoria artisti a livello legislativo, la mancanza pressoché assoluta di tutela del lavoro e regolamentazione).

Ma, più di tutto, è saltato subito agli occhi il grande scollamento che c’è alla base, una mancanza di organizzazione tra artisti e associazioni che non aiuta certo la risoluzione dei problemi.

Forse una pecca (grossa) degli organizzatori di questi convegni è proprio quella di non aver pubblicizzato adeguatamente alcuni di questi appuntamenti che invece possono diventare dei cardini per l’organizzazione e l’amalgama degli operatori del settore.

Questa rimane comunque una tre giorni fieristica che fa molto bene a tutta la musica e che sottolinea come questo settore, se riorganizzato dalle fondamenta, può diventare un punto di forza anche per l’economia stessa del nostro paese, un settore che può offrire ampie possibilità lavorative a migliaia di ragazzi che fanno della musica il loro mestiere principale. Di Andrea Pietrangeli Musicista

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QUASI TUTTO SU NAPSTER 
Internet è libertà anche per la musica?

Internet è per molti sinonimo di libertà: libertà di esprimersi, di comunicare, di cambiarsi informazioni, idee, software, insomma tutto ciò che può essere convertito in forma digitale a costi molto contenuti e senza spostarsi da casa propria; per molti aspetti una libertà del tutto nuova, tanto nuova da doverne parlare come di una "nuova frontiera elettronica". Di queste possibilità (come spesso capita) se ne sono accorti per primi coloro i quali non hanno tradizionalmente accesso ai costosi media tradizionali, che garantiscono visibilità in modo arbitrario (e' la TV che decide di farvi vedere o siete voi a decidere di apparire in TV?) e unidirezionale, rispondendo a logiche per lo più assai distanti dalla libera espressione e dallo scambio di contenuti. In genere poi, quando le cose crescono e si sente odore di business, anche i potentati dell'informazione si accorgono dei nuovi mezzi e, forti del loro potere economico, entrano a gamba tesa in questi nuovi territori cercando di riproporre gli squilibri noti e consolidati. Non fa eccezione Internet, dove tuttavia le cose sono complicate dalla vastità del territorio digitale, dalla facilita' di accesso e dalla creatività e competenza di molti dei suoi milioni di abitanti.

Il più recente e significativo tentativo in questo senso riguarda la diffusione della musica in rete, la cui storia recente e' legata ad un particolare formato di file audio, l'MP3 (o Mpeg-3). Alla base del formato MP3 vi e' un algoritmo che consente di comprimere in poco spazio file musicali di alta qualità, permettendone di conseguenza la facile reperibilità in rete (pensate solo che un normale CD può contenere fino a 200 brani compressi in formato P3). Aggiungendo il fatto che il software per leggere il formato MP3, il famosissimo WinAmp, e' gratuitamente disponibile in Internet si ottiene facilmente quello che era naturale avvenisse, e cioè che moltissimi siti hanno cominciato a diffondere musica in rete, siano essi brani musicali di gruppi in cerca di notorietà, prodotti di amatori motivati solo dal desiderio di diffondere la loro opera o pezzi di artisti famosi messi a disposizione da fan volenterosi. Il tutto secondo il miglior spirito di Internet: se sai qualcosa fallo sapere anche agli altri, se hai qualcosa di interessante diffondilo, visto che e' facile, e' bello e costa molto poco.

La reazione non si e' fatta attendere: verso la fine del 1998 dal Sony Building di Madison Avenue, New York, e' partita la controffensiva delle grandi case discografiche (Universal Music Group, Sony, Bertelsmann, Time Warner ed Emi) a difesa del copyright sulla musica in Internet. La coalizione, denominata Secure Digital Music Initiative, ha lo scopo di elaborare un sistema per la distribuzione della musica in Internet in maniera facile e protetta, in modo da scongiurare il rischio pirateria e favorire il business musicale online.

All'azione delle major discografiche si e' affiancata quella di 400 artisti di fama internazionale, con una appello per la difesa del diritto d'autore delle opere pubblicate su Internet. L'appello, raccolto dal Parlamento Europeo nel febbraio di quest'anno si e' trasformato in un progetto di direttiva della Commissione europea per estendere la legislazione vigente sul copyright alle nuove tecnologie della informazione. In breve stiamo assistendo alla prima vera risposta alle violazioni del copyright che le tecnologie della diffusione dei file audio in rete hanno finora permesso.

Tutto bene dunque? La difesa del diritto degli autori a vedere riconosciuta la loro opera e' cosa sacrosanta, ma il caso MP3 fa sorgere perlomeno due interrogativi, ben sintetizzati da Ernesto Assante in un editoriale di Musica di Repubblica: "e' possibile che gran parte di coloro che si sentono minacciati da Internet vedano solo nella carta bollata e in una indistinta coercizione il mezzo cui affidare la tutela dei loro interessi? Non vi sono dubbi che il diritto d'autore sia sacrosanto e vada difeso, ma ha senso applicare alla rete, in virtù delle sue caratteristiche, i sistemi tradizionali?" E' proprio questo il punto: Internet e' uno strumento radicalmente diverso dai tradizionali sistemi di diffusione delle informazioni, orizzontale e a bassa soglia di accesso, un ambito nel quale le vecchie regole di difesa del copyright risultano del tutto inadeguate. Grazie alle sue caratteristiche e al lavoro completamente volontario di chissà quanti appassionati Internet rende quotidianamente visibile a chiunque (anche ai talent scout delle grandi etichette, se solo si prendessero la briga di farsi un giro per la Rete piuttosto che incaponirsi in anacronistici tentativi di controllo) le idee e le opere di persone che resterebbero altrimenti nell'ombra, ignorate dai grandi potentati mediatici. Che senso ha oscurare tutto questo con una qualche nuova "tassa" sulla pubblicazione di materiali in Internet (come suggerito dalla SIAE, che comunque, a onor del vero, perlomeno non risolve tutto proponendo la chiusura dei siti), al solo scopo di difendere quelli che di spazi ne hanno già molti? Non esiste proprio altra soluzione al di fuori della limitazione, della censura, della chiusura di siti?

Probabilmente ha ragione Michael Robertson, presidente del sito www.mp3.com, quando afferma che "la verità è che le major non hanno capito la logica di Internet. Non è una questione di sicurezza. Esse ancora credono che per far soldi in Rete occorra tenere tutto chiuso ermeticamente, quando il vero profitto nasce dall'assenza di regole piuttosto che dall'imposizione dei vecchi controlli". Tanto e' vero che l'MP4, più efficiente e leggero di MP3, è già alle porte. Giuseppe Vergani  dal settimanale "ERBA".

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La rete è democrazia ma la musica si paga 
Al Midem di Cannes Peter Gabriel parla della sua OD2, la più grande distributrice europea di CD via Internet. "Gli autori vanno tutelati"
di Laura Putti

Non è un caso che Peter Gabriel sia così portato per le nuove tecnologie. Più di trent’anni fa suo padre fu uno dei pionieri del sistema televisivo via cavo basato sulle fibre ottiche. Negli anni 60 sembrò fantascienza, oggi è quasi superato. Ma si può dire che Gabriel sia cresciuto con un’idea di futuro realistica e allo stesso tempo visionaria. Idea che conserva tutt’oggi. La testa nelle stelle, i piedi ben piantati a terra. Tradotto in termini cybernetico-musicali, nel 2001 questo vuoi dire: mandiamo in rete tutta la musica del mondo, scarichiamola e cambiamola a piacimento, ma, beninteso, pagando i diritti agli autori. Se pur in via di assestamento, Internet è ancora una giungla, il grande musicista inglese lo sa e, anche a nome di molti colleghi, ha preso le sue precauzioni. Sette mesi fa ha fondato la OD2 (On Demand Distribution), il più grande distributore europeo di musica on line, per ora riservato soltanto ai rivenditori. Se ne occupa, da Bristol, Charles Grimsdale, suo socio e ispiratore, ma la OD2 ha uffici anche a Londra, Colonia e Parigi, e ne sta aprendo in Italia e in Spagna.

Sabato pomeriggio, un’ora prima della presentazione ufficiale della OD2 al Midem Net di Cannes, Gabriel ha spiegato i suoi intenti e il suo rapporto con Internet. Prima dell’incontro, i partecipanti alla ristrettissima tavola rotonda sono stati avvertiti di non fare domande sulla difficile gestazione del nuovo disco di Gabriel (dopo quasi dieci anni) che sarebbe dovuto uscire nel ‘99, poi nel 2000, e che questa nuova distrazione elettronica prorogherà forse a tempo molto indeterminato.

Da che cosa nasce il bisogno di una distribuzione on line?
"Nasce da un altro bisogno: quello di organizzarsi. OD2 raggruppa i cataloghi di molte case discografiche indipendenti come Mushroom, Edel, Mantra, V2, Zomba e Real World. Ma anche di major come Emi e Virgin. Mettendo questa musica in rete in maniera legale, a disposizione dei rivenditori elettronici, da HVM a Tower Records (siti web), noi promuoviamo il lavoro dei musicisti e allo stesso tempo, grazie una speciale tecnologia, lo proteggiamo". "Nasce da un altro bisogno: quello di organizzarsi. OD2 raggruppa i cataloghi di molte case discografiche indipendenti come Mushroom, Edel, Mantra, V2, Zomba e Real World. Ma anche di major come Emi e Virgin. Mettendo questa musica in rete in maniera legale, a disposizione dei rivenditori elettronici, da HVM a Tower Records (siti web), noi promuoviamo il lavoro dei musicisti e allo stesso tempo, grazie una speciale tecnologia, lo proteggiamo".

A proposito di protezioni: stamattina, durante il MidemNet, Herbie Hancock ha detto di essere "pro-choice"; cioè chiunque può scaricare la sua musica gratis da Internet, a patto che lui sia d’accordo. E’ stato il grande problema di MP3 e è tuttora quello di Napster. Lei è d’accordo?

"Io dico che se si vuole mangiare del pane lo si deve pagare. Dico anche che quello della scelta: "free music on Internet" è un problema che forse non tocca i musicisti di successo, ma è vitale per i giovani artisti che vivono dei diritti d’autore. E se un giorno loro non esisteranno più, magari sarà un governo che deciderà quale musica si dovrà ascoltare...".

La rete come veicolo di democrazia?
"Certo. Come voce delle minoranze, come informatore possibile e indispensabile a chi non abbia accesso agli altri media. Questo l’ho sempre sostenuto".

La grande distribuzione on line eliminerà l’oggetto disco e la sua fisicità? Dove finiranno il piacere di uscire di casa, di parlare con il negoziante, di aprire la custodia e infilare il cd nel lettore?

"Non credo che queste cose finiranno mai. Un esempio che faccio sempre è quello del telefono. Quando fu inventato tutti dissero che per parlare con chiunque non c’era più bisogno di uscire di casa. Ma tutti continuiamo a usare il telefono e a incontrare con piacere gli amici. Per quanto riguarda la fisicità c’è qualcuno che sta lavorando alle bambole. Se io amo la musica di Otis Redding avrò sullo scaffale una bambola Otis Redding che messa accanto al computer riprodurrà tutta la sua musica. Un vero oggetto tecnologico.

Se un musicista può mandare direttamente la sua musica in rete vuoi dire che le case discografiche sono destinate a scomparire?

"Finché un artista avrà bisogno di denaro avrà bisogno di marketing e proprio per questo le case discografiche continueranno a esistere. Ognuno di noi deve pensare a un nuovo ruolo".

Come vede il futuro della musica in rete?
"Lo vedo come un grande Napster, ma legale; un catalogo infinito e accessibile a tutti, ma di consultazione specializzata perché oggi la gente è attratta verso siti dove trova la musica che cerca; vuole avere accesso a tutto, ma in modo ordinato, per genere e argomento. Presto ognuno di noi si porterà la propria musica ovunque, nel telefono, in automobile, in aereo. Scelta e scaricata legalmente. In più la rete può fornire notizie, testi, video. Più che di nuove tecnologie, oggi Internet ha bisogno di nuovi contenuti. Questo è il principio di OD2, per ora accessibile solo ai rivenditori, poi chissà". 

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Da New Orleans 
a Isola del Liri il nero fiume del Blues

“E’ in vendita una giovane donna negra, conveniente, pratica di lavoro domestico, cucina, ecc. Ha avuto il vaiolo. Rivolgersi allo stampatore”. Questo è uno degli annunci pubblicitari che, il 4 luglio 1776, si leggeva sul Constitutional Journal di Boston. In quegli anni amarissimi della storia dell’umanità, i neri venivano strappati nudi dalle loro terre e dalle loro capanne e ridotti in schiavitù in un altro continente, portando con sé solo l’anima ingenua ed il ricordo delle proprie origini.

I canti primitivi unirono questi uomini, nella sofferenza, formando in loro una coscienza civile opposta a chi li considerava al rango di animali.

Da passivi e controllabili, i neri divennero per i bianchi un potenziale nemico da temere e la loro musica fu definita “la musica del diavolo”. Era nato il Blues e la sua culla furono New Orleans e le rive del Mississippi.

Questa breve introduzione mi è servita per cercare di approfondire il significato del gemellaggio avvenuto due anni fa tra New Orleans e la cittadina italiana di Isola del Liri (Frosinone), ormai forse più famosa per la manifestazione LIRI BLUES che vi si svolge in questo periodo da undici anni, che per le sue attrattive turistiche legate alle suggestive cascate del fiume Liri e alla cura dell’arredo urbano che fanno parlare di essa come del “salotto della Ciociaria”.

LIRI BLUES ’99 – IL NERO FIUME DEL BLUES – si è aperta ieri sera (30 giugno n.d.r.) con il concerto di Corey Harris nella piccola e gremita piazza Boncompagni. Accompagnato da un altro chitarrista e da un percussionista, Corey Harris, noto anche per il suo lavoro di ricerca sulle radici del Blues, ha interpretato brani dalle antiche sonorità, conservando nella voce e nella tecnica strumentistica il sapore della fatica delle piantagioni americane, coniugato qui e là con l’influenza di ritmi Caraibici e forse patendo un po’ l’amplificazione a mio avviso eccessiva dovuta, forse, al fatto che la prima serata è in genere la più problematica per i tecnici del suono.

Questa manifestazione è stata fortemente voluta dal suo ideatore isolano Luciano Duro, che dal 1988, con l’aiuto di un manipolo di volontari, è riuscito a realizzare il suo sogno di appassionato di Blues e quello di tantissimi giovani del luogo vogliosi di riscattare l’immagine del proprio territorio da quell’annosa area depressa, già stata come New Orleans sottomessa ai Francesi l’una economicamente e l’altra politicamente, con nell’animo il sostegno all’emancipazione delle genti di colore.

Luciano Duro ha fatto materializzare sul palco di LIRI BLUES i nomi tra i più prestigiosi di questo genere musicale, l’elenco dei quali, a leggerlo tutto d’un fiato a undici anni dalla prima manifestazione, non può non provocare un brivido di commozione; inoltre, per aver diffuso con grande passione la cultura del Blues, l’amministrazione di New Orleans lo ha insignito della cittadinanza onoraria, premio che per un amante dl blues non ha prezzo.

In Italia numerosi sono i festival del Blues di un certo rilievo, ma l’Associazione di coordinamento di essi (C.A.R.O. BLUES) considera LIRI BLUES come il primo per importanza di contenuti, avanti anche a PISTOIA BLUES. Ottantamila presenze nelle undici serate dello scorso anno costituiscono un successo anche per i finanziatori della manifestazione, gratuita per il pubblico: la Regione Lazio, l’Amministrazione Provinciale di Frosinone e le Amministrazioni Comunali di Isola del Liri, Ferentino, Veroli e Sora; gli sponsores Dimensione Suono Roma, Derby Blue e Beck’s.

Tutta la cittadina partecipa a vivere con orgoglio questa festa, ed è bello vedere il Corso illuminato ed i negozi aperti fino a tarda ora mentre la musica ti segue dappertutto. Quando, a mezzanotte, ci si aspetterebbe che in una cittadina operosa tutte le luci si spengano, è invece il momento in cui s’iniziano i concerti nei locali di un vecchio lanificio molto ben riadattati e accoglienti, con il basso prezzo e con personale giovane e attivissimo.

In questo spazio, che ospita anche una specie di museo esposizione di antiche macchine industriali per la lavorazione della lana, si esibiscono Blues Bands italiane tra le più importanti. La serata di apertura è stata la volta dei BLUES MESSENGERS, gruppo capeggiato dal chitarrista Lello Panìco, eccellente virtuoso di questo genere musicale ma anche affermato compositore; ad affiancarlo sul palco c’erano Shawn Logan, voce nera di grande estensione, Joseph Lepore al basso, Enrico Solazzo alla tastiera e Luca Torelli alla batteria. Il gruppo, che ha fatto da spalla in passato anche al famoso chitarrista Michael Coleman al Festival Blues di Torrita (SI), ha suonato molti dei pezzi incisi nel primo CD e alcune primizie del secondo che uscirà in autunno.

Il vecchio lanificio, ora noto come “La Fabbrica”, è sede di concerti anche d’inverno aprendo anche ad altri generi musicali com’è stato per esempio il caso dei concerti del gruppo AIRES TANGO del sassofonista – compositore argentino Javier Girotto.

Dopo LIRI BLUES, che avrà il 4 Luglio l’esibizione di Ike Turner, a Sora, poco distante da Isola del Liri, si svolgerà dal 27 al 30 Luglio il Festival White and Blues che contempla l’aspetto “bianco” del blues e che a avuto anch’esso esibizioni di artisti di tutto riguardo come ad esempio Joorma Kaulkonen, ex chitarrista degli Jefferson Airplane.

E’ il caso di dire, in conclusione, che vale la pena di recarsi almeno una volta da queste parti per godersi la serata in un clima di amicizia, di fratellanza e di ottima musica. Valerio Lupi Musicista

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BREVI APPUNTI DA UMBRIA JAZZ ’99

 Il 20 luglio scorso, con la consueta appendice di Cortona, si è conclusa Umbria Jazz ’99. La ventiseiesima edizione del festival ha richiamato una volta di più sia i numerosissimi appassionati di jazz che aspettano tutto l’anno questo evento sia le persone più semplicemente attratte dal poter ammirare le bellezze artistiche di Perugia medioevale immersi in una festa di gente e di musica che, almeno in Italia, non ha uguali. Nel centro storico di questa città, popolata da tanti giovani di etnie diverse in quanto sede di un’importante Università degli Stranieri, la musica si respira ad ogni angolo e può capitare che, seguendo questo profumo lasciato da chissà quale magico pifferaio, ci si ritrovi a camminare per vicoli e scaloni senza una precisa mèta incontrando tanti ragazzi con i loro strumenti in spalla, già valenti musicisti, che sono in questo periodo a Perugia per perfezionarsi alle Clinics del Berklee College of Music, arrivati da ogni parte d’Italia ed anche da molti paesi europei perseguire i seminari diretti da Giovanni Tommaso oppure gli stages speciali con insegnanti famosissimi che si avvicendano di anno in anno. In piazza IV Novembre è stato montato il palco per i concerti gratùiti che negli anni scorsi si svolgevano nella più piccola sede dei Giardini Carducci; è vero che su questa piazza sorgono monumenti importantissimi quali la Cattedrale di S. Lorenzo, la quattrocentesca Loggia di Braccio - Fortebraccio, il Palazzo dei Priori e la Fontana Maggiore finalmente libera dalla gabbia trasparente che l’ha racchiusa per tanto tempo durante il suo restauro e che quindi l’occhio può appagarsi in ogni direzione dello sguardo, ma è anche vero che, essendo uno spazio molto più aperto e di passaggio, crea un po’ di difficoltà  al pubblico che si dispone a seguire i concerti specie se, come in questo caso, si è scelto di farvi suonare artisti come i chitarristi Bucky Pizzarelli e suo figlio John che sicuramente si troverebbero a proprio miglior agio in un ambiente meno dispersivo, mentre sarebbe stato l’ideale palcoscenico, ad esempio, per le esibizioni di Rockin’Dopsie jr. o di Gary Brown, mattatori in piazza delle ultime precedenti manifestazioni di Umbria Jazz con un genere di musica più destinata al grosso pubblico.

Un’altro palco per concerti gratùiti è stato quest’anno allestito nella piazza del Bacio, antistante la Stazione ferroviaria, e qui la collocazione mi è parsa più felice poiché è stata sfruttata la disposizione ad U dei palazzi che la circondano simulando una sorta di teatro “naturale” dove, tra gli altri, si sono proposti i Ray Gelato Giants, divertentissimi artisti inglesi del vecchio e intramontabile Swing suonato e cantato sapientemente e con gaia ironia. Il programma, come al solito, ricco di nomi italiani e stranieri, ha presentato artisti del calibro di Daniela Mercury, Maio Raya, Brandford Marsalis, Joshua Redman, Scott Hamilton, Kenny Barron, Charlie Haden, John Scofield, Joe Lovano, Dave Holland, Pietro Tonolo, Roberto Gatto, Javier Girotto, Antonello Salis, Enrico Pieranunzi, Herbie Hancock, Giorgia, Pat Metheney e altri che per motivi di spazio trascuro, scusandomi, di rammentare. I concerti di questi artisti si sono tenuti ai Giardini del Frontone, meglio organizzati rispetto agli anni precedenti e con una acustica perfetta, e al chiuso nei teatri Morlacchi e Pavone. Spettacoli e concerti si sono succeduti e sovrapposti ad ogni ora della giornata a partire da mezzogiorno fino a tarda notte e ogni giorno, per le strade del centro storico, si poteva assistere alla parata della Olympia Brass Band che, molto apprezzata dai turisti, riportava ai climi di New Orleans. Alla sera poi, anche quando non ti aspetteresti altro che un’ottima cena in un ottimo ristorante, come è il caso che mi è capitato andando a desinare a “La Taverna” in via delle Streghe, succede che essendovi tra gli avventori Bucky e John Pizzarelli si unisca a loro il grande violinista Johnny Frigo, ottantatreenne ma frizzantissimo, e si improvvisi lì per lì un trio tutto acustico ricreando l’atmosfera dell’ambiente tipico parigino che fu di Django Reinhardt e Stephane Grappelly, sotto al regia di Claudio Brugalossi proprietario del locale dal 1988 e cuoco sopraffino, il quale non tralascia nulla per favorire questi eventi arrivando perfino ad inviare suoi camerieri a prendere gli strumenti nell’albergo dei musicisti; i presenti a quella serata hanno avvertito che si stava verificando qualcosa di irripetibile e ciò ha lasciato tutti affascinati, complice anche una deliziosa mousse al Bacio Perugina magia dello chef.

Sembra proprio che le angustie del terremoto siano definitivamente superate e credo che ciò, a questo punto, sia più rimarchevole di qualsiasi altra citazione che lamenti, ad esempio, il poco spazio concesso a Giorgia nel concerto di Herbie Hancock oppure che incensi il genio di Pat Metheny, avido di applausi, che si è fatto costruire una chitarra con 47 corde e l’ha suonata in modo celestiale. Valerio Lupi Musicista

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A vent’anni dalla morte del musicista che trasformò il Reggae giamaicano in uno stile mondiale
Marley, profeta danzante  
Coerentemente alla sua religione rasta, credeva nel ritorno dei neri in Africa e per gli africani suonò più volte

L’11 maggio 1981 moriva a Miami Bob Marley, ucciso da un tumore a 36 anni. Passando in pochi anni dalle baraccopoli della Giamaica al palcoscenico del pop mondiale, Marley era riuscito a fare del reggae, la musica locale di un piccolo Paese del terzo mondo, uno stile internazionale, imponendo pezzi oggi classici come Get up stand up, Burnin’ and lootin’, I shot the sheriff, No woman no cry. Alcuni anni prima, il carismatico cantante era scampato alla morte, quando in Giamaica nel 1976 era stato ferito a colpi di pistola insieme ad alcuni familiari e membri del suo entourage artistico. L’attentato, avvenuto prima di un concerto a sostegno del leader socialista Michael Manley, contrastava con un’immagine oleografica dei Caraibi tutta palme e spiagge, e aveva portato sotto gli a occhi del pubblico internazionale la realtà della Giamaica di cui Marley era il figlio più celebre. Era un mondo violento che il pacifico cantante conosceva bene, perché cresciuto nella bidonville di Trench Town, dove dominava la legge del più forte, e i rude boys, i giovani duri armati di occhiali scuri e pistola, terrorizzavano le strade del ghetto.

Dall’esperienza della strada e nasce l’umanità e l’immediatezza delle canzoni di Marley, la sua capacità di identificazione con gli umili che hanno alimentato le sue canzoni, e ne hanno fatto una bandiera per i diseredati del mondo. Nei suoi testi confluisce, anche, il pacifismo messianico dei rastafari, una sottocultura nera marginale di riscoperta “dal basso” delle radici africane. Benché nato negli anni Trenta, il movimento si solidifica proprio negli anni della decolonizzazione grazie alle figure di musicisti popolari come Joe Higgs, e naturalmente Marley, che ne diffonderà le parole d’ordine a livello planetario. Il linguaggio metaforico ispirato alla Bibbia, il legame mitologico con Zion (l’Africa), il messaggio di liberazione e ribellione contro le ingiustizie e la corruzione di Babylon (in sostanza, l’Occidente), la pettinatura rasta e l’uso “mistico” della marijuana entreranno a far parte del patrimonio dei ribelli di tutto il mondo. Avvenuto quando Marley era ormai una superstar mondiale, l’episodio del ferimento ne avrebbe alimentato ancor di più il mito.

Nei primi anni Settanta Marley porta una ventata di freschezza nel mondo della musica pop occidentale, dove la leggerezza, la relativa semplicità. la ballabilità del reggae rappresentano un antidoto alla sindrome da elefantiasi del rock.

L’esplosione punk era imminente, e la musica giamaicana non mancherà di far sentire la sua influenza su gruppi come i Clash. Ma la musica di Marley incontra un’enorme risonanza anche presso le masse di diseredati, e in particolar modo quelle nere. In Gran Bretagna, il reggae diventa il punto di riferimento per la costruzione dell’identità della vasta comunità anglo-caraibica locale. In Africa, raggiungerà una popolarità straordinaria, visibile ancora oggi nella sua diffusione in Afri­ca occidentale e meridionale. Tale popolarità non sarà dovuta soltanto all’interesse di Marley per il continente nero attraverso il mito rasta di un ritorno dei neri all’Africa, ma anche a gesti molto più diretti e concreti. Alla fine degli anni Settanta, il cantante visita l’Etiopia e scrive Zimbahwe, in appoggio alla lotta di liberazione nell’allora Rhodesia. Nel 1980, in occasione della proclamazione di indipendenza dello Zimbabwe, dà un grande concerto popolare a Harare. Marley, in verità, è stato una delle pochissime superstar del pop - incluso molte di quelle engagé - che si sono degnate di suonare nel Terzo Mondo.

Il suo legame con l’Africa, però, è più che puramente ideologico o razziale. Attraverso il rastafarianismo il reggae aveva assorbito elementi della musica folklorica nera giamaicana come la musica burru per percussioni, da cui trae origine il potente, minaccioso suono del basso, che nel reggae costituisce più uno strumento solista centrale che semplice supporto armonico.

Il reggae mostra legami con numerose musiche popolari dell’Africa occidentale e dei Caraibi, dal calipso alla soca e alla rumba, nella sua capacità di produrre una forma dialogica di resistenza al discorso del potere coniugando balIabilità e cronaca sociale, due aspetti che nella musica occidentale sono spesso dissociati. Stilisticamente, la musica di Marley mostra anche legami molto forti con il pop internazionale, e particolarmente con quello nero nord-americano. Nella sua fase formativa, è centrale l’influenza di gruppi soul come i Drifters, o cantanti di matrice gospel come Sam Cooke.

Il successo di Marley, e del reggae dietro di lui, hanno rappresentato una sorta di prova generale della world music, che sarebbe emersa negli anni Ottanta ed esplosa negli anni Novanta. Il cantante giamaicano è stato in effetti la prima - e, a quel livello, ancora l’unica - superstar mondiale emersa da un Paese sottosviluppato.

La sua musica è stata finora l’unico stile di world music entrato stabilmente nella mainstream musicale occidentale, dove ha esercitato un impatto duraturo a molti livelli, visibile sia come influsso diretto (la popolarità del reggae a livello internazionale) che come influenza stilistica su artisti occidentali (Sting, per citarne uno). Oltre a produrre sottogeneri di grande impatto come raggamuffin e dancehall, con le sue tecniche creative di utilizzo della voce ed elaborazione del suono, la musica giamaicana ha influenzato la nascita del rap, la diffusione dei sound systems e della tecnica dub, che fa di un pezzo pop un’opera aperta a infinite rielaborazioni.

La musica di Marley è, ancora una volta, testimonianza di come pratiche musicali nate da un’economia di strada hanno influenzato in modo profondo la musica popolare contemporanea. Come tutti i messaggi messianici, il suo messaggio umanitario ha resistito meglio di discorsi politici finemente articolati all’usura del tempo, mantenendo I’appeal onnicomprensivo di una musica di speranza in cui tutti si possono identificare, che tutti possono ballare e che - come il rap – attraverso la sua apertura e relativa semplicità è accessibile a tutti. Vincenzo Perna (Il Giornale della Musica)