MUSICA
Musica on Line, Napster e la difesa del copyright

Il sogno di un ragazzo realizzato in un garage 
Internet è libertà anche per la musica?
Peter Gabriel: La rete è democrazia ma la musica si paga
Musica su Internet in cerca di regole
Un Esercito Contro “Napster”. Ma La Guerra Continua
La rivoluzione delle idee
Mr Mp3 “musica gratis ora devo combatterti”
Accordo BMG-Napster. La musica non è più gratis
Pace fatta tra Mp3.com e Universal. Il sito dovrà risarcire 53,4 milioni di dollari
Musica su Internet: Giudice USA chiude sito “Napster”
Muore un “Napster” ne nascono altri cento
La libertà non si può comprare
Ma dalla rete arriva un’altra musica
Musica in affitto: la Universal sfida “Napster”
“Napster” sbatte la testa. Si riavrà?
Ecco la nuova versione di “Napster”
Il nuovo “Napster” corre con i soldi di Bertelsmann…
“Napster”, 72 ore per la vita
“Napster”, 24 ore per distruggere un mito
E’ “Aimster” il successore di “Napster”
“Napster” e dintorni: salvo il copyright, violo la privacy
“Napster”, il filtro non basta
“Napster” non rispetta gli accordi
Belgio, la polizia arriva in casa
“Real” e le mayor del disco fanno “MusicNet”
Anche Microsoft pensa al dopo “Napster”
Il principe “Roy” e la principessa “Joan”


Shawn Fanning, 19 anni, è il “papà” del celebre sito
IL SOGNO DI UN RAGAZZO REALIZZATO IN UN GARAGE 

Tra le quattro mura della sua casetta di San Mateo nella Silicon VaIley californiana, circondato da piatti sporchi e avanzi di pizza napoletana, Shawn Fanning attende il giorno del giudizio. Aspetta di sapere se la sua invenzione - nata nel garage di casa - diventerà il simbolo della rivoluzione internettiana o, se schiacciata dai rigori della legge, finirà presto nel dimenticatoio come una moda passeggera.

Shawn Fannin. 19 anni appena compiuti, è il papa di Napster (in realtà Napster è il suo soprannome per l’abitudine di non pettinarsi dopo aver schiacciato un pisolino), il programma del computer che dal 4 ottobre è stato usato da più di 30 milioni di utenti di Internet in tutto il mondo per scaricare sui loro PC migliaia di canzoni pop, rock, blues, in barba ai colossi discografici che nulla hanno potuto fare finora per arginare l’emorragia.

I legali di Fanning sono convinti che la serie di cavilli giuridici che hanno sollevato salverà il sito ribelle dalla chiusura. Ma anche se Napster dovesse chiudere la via è stata tracciata. Altri siti dello stesso genere ma ancora più sofisticati metteranno in crisi il mondo culturale così come l’abbiamo conosciuto finora. In pochi mesi possono essere messi a punto programmi pressoché inafferrabili. Come Gnutella per esempio. Nella sola giornata del 26 luglio scorso 1 milione di giovani sparsi ai quattro angoli del Pianeta ha scaricato sul PC questo software.

E’ meno vulnerabile perché non ha bisogno di un PC centrale, Gnutella funziona come una biblioteca dove milioni dì amici si prestano e si scambiano libri (cioè musica) senza bisogno di un bibliotecario per gestire gli scambi.

Secondo la Riaa (Recording lndustry Association of America), sono oltre 4.500 siti Internet che offrono illegalmente” musica. La stima si riferisce ai primi sei mesi del 2000 e rappresenta un incremento del 100 per cento rispetto al 1999.

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QUASI TUTTO SU NAPSTER  
Internet è libertà anche per la musica?

Internet è per molti sinonimo di libertà: libertà di esprimersi, di comunicare, di cambiarsi informazioni, idee, software, insomma tutto ciò che può essere convertito in forma digitale a costi molto contenuti e senza spostarsi da casa propria; per molti aspetti una libertà del tutto nuova, tanto nuova da doverne parlare come di una "nuova frontiera elettronica". Di queste possibilità (come spesso capita) se ne sono accorti per primi coloro i quali non hanno tradizionalmente accesso ai costosi media tradizionali, che garantiscono visibilità in modo arbitrario (e' la TV che decide di farvi vedere o siete voi a decidere di apparire in TV?) e unidirezionale, rispondendo a logiche per lo più assai distanti dalla libera espressione e dallo scambio di contenuti. In genere poi, quando le cose crescono e si sente odore di business, anche i potentati dell'informazione si accorgono dei nuovi mezzi e, forti del loro potere economico, entrano a gamba tesa in questi nuovi territori cercando di riproporre gli squilibri noti e consolidati. Non fa eccezione Internet, dove tuttavia le cose sono complicate dalla vastità del territorio digitale, dalla facilita' di accesso e dalla creatività e competenza di molti dei suoi milioni di abitanti.

Il più recente e significativo tentativo in questo senso riguarda la diffusione della musica in rete, la cui storia recente e' legata ad un particolare formato di file audio, l'MP3 (o Mpeg-3). Alla base del formato MP3 vi e' un algoritmo che consente di comprimere in poco spazio file musicali di alta qualità, permettendone di conseguenza la facile reperibilità in rete (pensate solo che un normale CD può contenere fino a 200 brani compressi in formato P3). Aggiungendo il fatto che il software per leggere il formato MP3, il famosissimo WinAmp, e' gratuitamente disponibile in Internet si ottiene facilmente quello che era naturale avvenisse, e cioè che moltissimi siti hanno cominciato a diffondere musica in rete, siano essi brani musicali di gruppi in cerca di notorietà, prodotti di amatori motivati solo dal desiderio di diffondere la loro opera o pezzi di artisti famosi messi a disposizione da fan volenterosi. Il tutto secondo il miglior spirito di Internet: se sai qualcosa fallo sapere anche agli altri, se hai qualcosa di interessante diffondilo, visto che e' facile, e' bello e costa molto poco.

La reazione non si e' fatta attendere: verso la fine del 1998 dal Sony Building di Madison Avenue, New York, e' partita la controffensiva delle grandi case discografiche (Universal Music Group, Sony, Bertelsmann, Time Warner ed Emi) a difesa del copyright sulla musica in Internet. La coalizione, denominata Secure Digital Music Initiative, ha lo scopo di elaborare un sistema per la distribuzione della musica in Internet in maniera facile e protetta, in modo da scongiurare il rischio pirateria e favorire il business musicale online.

All'azione delle major discografiche si e' affiancata quella di 400 artisti di fama internazionale, con una appello per la difesa del diritto d'autore delle opere pubblicate su Internet. L'appello, raccolto dal Parlamento Europeo nel febbraio di quest'anno si e' trasformato in un progetto di direttiva della Commissione europea per estendere la legislazione vigente sul copyright alle nuove tecnologie della informazione. In breve stiamo assistendo alla prima vera risposta alle violazioni del copyright che le tecnologie della diffusione dei file audio in rete hanno finora permesso.

Tutto bene dunque? La difesa del diritto degli autori a vedere riconosciuta la loro opera e' cosa sacrosanta, ma il caso MP3 fa sorgere perlomeno due interrogativi, ben sintetizzati da Ernesto Assante in un editoriale di Musica di Repubblica: "e' possibile che gran parte di coloro che si sentono minacciati da Internet vedano solo nella carta bollata e in una indistinta coercizione il mezzo cui affidare la tutela dei loro interessi? Non vi sono dubbi che il diritto d'autore sia sacrosanto e vada difeso, ma ha senso applicare alla rete, in virtù delle sue caratteristiche, i sistemi tradizionali?" E' proprio questo il punto: Internet e' uno strumento radicalmente diverso dai tradizionali sistemi di diffusione delle informazioni, orizzontale e a bassa soglia di accesso, un ambito nel quale le vecchie regole di difesa del copyright risultano del tutto inadeguate. Grazie alle sue caratteristiche e al lavoro completamente volontario di chissà quanti appassionati Internet rende quotidianamente visibile a chiunque (anche ai talent scout delle grandi etichette, se solo si prendessero la briga di farsi un giro per la Rete piuttosto che incaponirsi in anacronistici tentativi di controllo) le idee e le opere di persone che resterebbero altrimenti nell'ombra, ignorate dai grandi potentati mediatici. Che senso ha oscurare tutto questo con una qualche nuova "tassa" sulla pubblicazione di materiali in Internet (come suggerito dalla SIAE, che comunque, a onor del vero, perlomeno non risolve tutto proponendo la chiusura dei siti), al solo scopo di difendere quelli che di spazi ne hanno già molti? Non esiste proprio altra soluzione al di fuori della limitazione, della censura, della chiusura di siti?

Probabilmente ha ragione Michael Robertson, presidente del sito www.mp3.com, quando afferma che "la verità è che le major non hanno capito la logica di Internet. Non è una questione di sicurezza. Esse ancora credono che per far soldi in Rete occorra tenere tutto chiuso ermeticamente, quando il vero profitto nasce dall'assenza di regole piuttosto che dall'imposizione dei vecchi controlli". Tanto e' vero che l'MP4, più efficiente e leggero di MP3, è già alle porte. Giuseppe Vergani  dal settimanale "ERBA".

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La rete è democrazia ma la musica si paga
Al Midem di Cannes Peter Gabriel parla della sua OD2, la più grande distributrice europea di CD via Internet. "Gli autori vanno tutelati"
di Laura Putti

Non è un caso che Peter Gabriel sia così portato per le nuove tecnologie. Più di trent’anni fa suo padre fu uno dei pionieri del sistema televisivo via cavo basato sulle fibre ottiche. Negli anni 60 sembrò fantascienza, oggi è quasi superato. Ma si può dire che Gabriel sia cresciuto con un’idea di futuro realistica e allo stesso tempo visionaria. Idea che conserva tutt’oggi. La testa nelle stelle, i piedi ben piantati a terra. Tradotto in termini cybernetico-musicali, nel 2001 questo vuoi dire: mandiamo in rete tutta la musica del mondo, scarichiamola e cambiamola a piacimento, ma, beninteso, pagando i diritti agli autori. Se pur in via di assestamento, Internet è ancora una giungla, il grande musicista inglese lo sa e, anche a nome di molti colleghi, ha preso le sue precauzioni. Sette mesi fa ha fondato la OD2 (On Demand Distribution), il più grande distributore europeo di musica on line, per ora riservato soltanto ai rivenditori. Se ne occupa, da Bristol, Charles Grimsdale, suo socio e ispiratore, ma la OD2 ha uffici anche a Londra, Colonia e Parigi, e ne sta aprendo in Italia e in Spagna.

Sabato pomeriggio, un’ora prima della presentazione ufficiale della OD2 al Midem Net di Cannes, Gabriel ha spiegato i suoi intenti e il suo rapporto con Internet. Prima dell’incontro, i partecipanti alla ristrettissima tavola rotonda sono stati avvertiti di non fare domande sulla difficile gestazione del nuovo disco di Gabriel (dopo quasi dieci anni) che sarebbe dovuto uscire nel ‘99, poi nel 2000, e che questa nuova distrazione elettronica prorogherà forse a tempo molto indeterminato.

Da che cosa nasce il bisogno di una distribuzione on line?
"Nasce da un altro bisogno: quello di organizzarsi. OD2 raggruppa i cataloghi di molte case discografiche indipendenti come Mushroom, Edel, Mantra, V2, Zomba e Real World. Ma anche di major come Emi e Virgin. Mettendo questa musica in rete in maniera legale, a disposizione dei rivenditori elettronici, da HVM a Tower Records (siti web), noi promuoviamo il lavoro dei musicisti e allo stesso tempo, grazie una speciale tecnologia, lo proteggiamo".
"Nasce da un altro bisogno: quello di organizzarsi. OD2 raggruppa i cataloghi di molte case discografiche indipendenti come Mushroom, Edel, Mantra, V2, Zomba e Real World. Ma anche di major come Emi e Virgin. Mettendo questa musica in rete in maniera legale, a disposizione dei rivenditori elettronici, da HVM a Tower Records (siti web), noi promuoviamo il lavoro dei musicisti e allo stesso tempo, grazie una speciale tecnologia, lo proteggiamo".

A proposito di protezioni: stamattina, durante il MidemNet, Herbie Hancock ha detto di essere "pro-choice"; cioè chiunque può scaricare la sua musica gratis da Internet, a patto che lui sia d’accordo. E’ stato il grande problema di MP3 e è tuttora quello di Napster. Lei è d’accordo?

"Io dico che se si vuole mangiare del pane lo si deve pagare. Dico anche che quello della scelta: "free music on Internet" è un problema che forse non tocca i musicisti di successo, ma è vitale per i giovani artisti che vivono dei diritti d’autore. E se un giorno loro non esisteranno più, magari sarà un governo che deciderà quale musica si dovrà ascoltare...".

La rete come veicolo di democrazia?
"Certo. Come voce delle minoranze, come informatore possibile e indispensabile a chi non abbia accesso agli altri media. Questo l’ho sempre sostenuto".

La grande distribuzione on line eliminerà l’oggetto disco e la sua fisicità? Dove finiranno il piacere di uscire di casa, di parlare con il negoziante, di aprire la custodia e infilare il cd nel lettore?

"Non credo che queste cose finiranno mai. Un esempio che faccio sempre è quello del telefono. Quando fu inventato tutti dissero che per parlare con chiunque non c’era più bisogno di uscire di casa. Ma tutti continuiamo a usare il telefono e a incontrare con piacere gli amici. Per quanto riguarda la fisicità c’è qualcuno che sta lavorando alle bambole. Se io amo la musica di Otis Redding avrò sullo scaffale una bambola Otis Redding che messa accanto al computer riprodurrà tutta la sua musica. Un vero oggetto tecnologico.

Se un musicista può mandare direttamente la sua musica in rete vuoi dire che le case discografiche sono destinate a scomparire?

"Finché un artista avrà bisogno di denaro avrà bisogno di marketing e proprio per questo le case discografiche continueranno a esistere. Ognuno di noi deve pensare a un nuovo ruolo".

Come vede il futuro della musica in rete?
"Lo vedo come un grande Napster, ma legale; un catalogo infinito e accessibile a tutti, ma di consultazione specializzata perché oggi la gente è attratta verso siti dove trova la musica che cerca; vuole avere accesso a tutto, ma in modo ordinato, per genere e argomento. Presto ognuno di noi si porterà la propria musica ovunque, nel telefono, in automobile, in aereo. Scelta e scaricata legalmente. In più la rete può fornire notizie, testi, video. Più che di nuove tecnologie, oggi Internet ha bisogno di nuovi contenuti. Questo è il principio di OD2, per ora accessibile solo ai rivenditori, poi chissà". 

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La Federazione dell’industria musicale lancia l’allarme:
grazie a Mp3 on line già 800mila file pirata

Musica su Internet in cerca di regole

La pirateria discografica in Italia vale il 25% del mercato complessivo: solo la Grecia, in Europa, raggiunge tale percentuale. E l’aumento dell’attività repressiva nel 99 (sono saliti del 300% gli impianti sequestrati) non riesce a frenare il reinvestimento dei profitti in nuove modalità tecnologiche di riproduzione illecita, in particolare per quella dei Cd.

L’industria discografica mondiale, in occasione della convocazione a Roma del vertice dell’Ifpi, la federazione internazionale dell’industria discografica, ha chiesto al Parlamento italiano l’approvazione con urgenza della legge antipirateria, presentata nell’ottobre 1996 dal governo Prodi e attualmente in discussione nell’Aula della Camera. I discografici hanno chiesto un impegno a una rapida approvazione in Senato, una volta che il testo sarà approvato a Montecitorio. La normativa aggraverà le sanzioni penali e civili contro la riproduzione illecita organizzata, arrivando fino a quattro anni di reclusione e alla revoca della licenza commerciale per i rivenditori coinvolti nella vendita di materiale contraffatto. Prevista una multa di 300mila lire anche per gli acquirenti di musica o video contraffatti.

E poi c’è Internet: trecento siti, originati in trenta Stati, e in particolare in Canada e negli Stati Uniti, mettono a disposizione oltre 800mila file con tecnologia Mp3, che permette di memorizzare e riprodurre i brani musicali a costi irrisori. Sono 70mila i nuovi brani messi in rete ogni mese e ogni giorno vengono effettuate tre milioni di memorizzazioni musicali. Da parte sua, l’industria discografica ha deciso di sfruttare commercialmente l’Mp3 sulla Rete, per contrastare la riproduzione non autorizzata e trarre nuovi profitti.

L’Ifpi. di cui fa parte la Fimi, la federazione dell’industria musicale italiana, ha sottolineato, nel corso delle riunioni a Roma il fatto che Internet non rappresenti in sé un nemico della musica quanto un’opportunità per la sua crescita. L’importante è che vengano approvate regole precise per proteggere i diritti di autori ed editori. E, in particolare, che l’Unione Europea vari una direttiva sul copyright, approvata in prima lettura dal Parlamento e ora all’esame del Consiglio, che non permetta di aggirare la riproduzione legale - che si può ottenere con tecnologie come i codici crittografati, attraverso qualche “grimaldello tecnologico” che, ad esempio, consenta di decrittare tali codici. Alcune industrie dell’hardware vorrebbero invece far sopravvivere tali “grimaldelli”, almeno per consentire la riproduzione della copia privata ad uso personale.

Il mercato legale nazionale, nel frattempo, non vive una fase di crescita entusiasmante. I dati della Price Waterhouse stimano nel 1999 un incremento del 4,14% a valore e del 2,89% a unità rispetto al 1998, nel sell-in, cioè nella vendita ai rivenditori finali, un mercato che vale 747 miliardi e mezzo. Ma tale incremento, spiegano alla Fimi, è sovrastimato a causa dell’aumento del numero delle società certificate nel 1999 da Price Waterhouse rispetto agli anni precedenti. Per quanto riguarda il repertorio, la musica italiana rappresenta il 47% delle unità vendute e il 44% a valore, mentre la musica internazionale rappresenta il 48% a unità e il 51% a valore; la restante quota di mercato va alla musica classica. Quanto, infine, all’attività di repressione della pirateria musicale, nel 1999 sono stati sequestrati due milioni e 370mila tra Cd e musicassette contraffatte, quasi il doppio rispetto a quelle sequestrate nel 1998. L’incremento è interamente dovuto ai Cd illegali. Sono stati sequestrati 268 impianti (+300% sul 98). Le città dove il fenomeno è più diffuso sono, nell’ordine, Bari, Napoli, Palermo, Roma, Pescara e Catania. Marco Mele

UN ESERCITO CONTRO NAPSTER. MA LA GUERRA CONTINUA

E' sempre scontro tra la Recording Industry Association of America (RIAA) e il sito Napster che da poco ha ingaggiato un team di legali capeggiati da David Boies, celebre avvocato dell’accusa nel caso di antitrust intentato dal governo contro la Microsoft. La linea di difesa seguita da David Boies vuole dimostrare alla Corte Federale di San Francisco e alle case discografiche una sola cosa: scaricare i brani dalla Rete in maniera gratuita, è perfettamente legale.

E mentre l’industria discografica afferma che all’aumento dei download dei brani, è corrisposto un calo di vendite nei negozi, Napster sostiene il contrario. Secondo una ricerca condotta alla Wharton School of Business, infatti, oltre il 70% degli utenti di Napster non rinuncerebbe a comprare i dischi nonostante l’utilizzo del software che, anzi, rivestirebbe un ruolo dì “consiglio all’acquisto”.

Basandosi su un caso recentemente discusso alla Corte Federale, in cui era stato deciso che copiare brani per uso “non commerciale” fosse consentito dalla legge, Boies sostiene che anche la legalità del downloading sia indiscutibile, dal momento che gli utenti non percepiscono alcun utile dalle registrazioni. Il caso è simile a quello che coinvolse la Sony alcuni anni fa. L’industria cinematografica aveva, infatti, citato la compagnia per aver creato una tecnologia in grado di copiare illegalmente i film, ma il tribunale aveva deciso che il “video-registratore” possedeva anche altre funzioni. Perfettamente legali.

Secondo Boies anche Napster può essere utilizzato per scopi legali, come promozione e distribuzione dei brani per etichette associate o per gruppi emergenti. inoltre Boies ha intenzione di dimostrare come la RIAA abbia abusato della propria influenza sul mercato e contravvenuto alla legge sull’antitrust, visto che concentra sotto la sua ala l’85% dell’industria discografica Usa, impedendo lo sviluppo di canali alternativi di distribuzione.

L’avvocato ha detto anche che le major hanno perso la possibilità legale di imporre i propri diritti. “Se si usa il copyright per perseguire un obiettivo anti-competitivo, si perde il diritto in questione”, ha detto Boies. Nel frattempo cinque major - Sony, EMI, BMG, Warner e Universal - sono state condannate dalla Federal Trade Commission per tattiche commerciali concordate che avrebbero portato all’aumento del prezzo dei cd. E ora la lotta continua su più fronti. Più di 70 artisti, tra cui Blink 182, Alanis Morissette e Bon Jovi, hanno partecipato a una campagna anti-pirateria sui principali quotidiani americani, acquistando una pagina per dire: “Se una canzone significa molto per te, immagina per noi”.

Mentre oltre 1.400 artisti europei hanno firmato una petizione per chiedere al Parlamento europeo la tutela del copyright in Rete. Tra le adesioni anche quelle di Baglioni, Celentano, Dalla, Ramazzotti, Bocelli, De Gregori, Morandi, Pelù, e molti altri. L’udienza preliminare tra RIAA e Napster, era fissata per il 26 luglio. La risposta ora è attesa su tutti gli schermi. Soprattutto su quelli dei computer. Katia Riccardi

Il “padre” dell’Mp3 e Mpeg-4 fa il punto sul copyright in rete
 “SOLO CONTENUTI PROTETTI” 

Le componenti tecnologiche per realizzare sul video quello che è stato fatto con la musica, con i famosi Mp3 e annessi, ci sono tutte e si stanno già usando in Rete. Ma sono convinto che il business correlato al video si svilupperà con tipologie differenti, perché la relazione che si è crea tra l’uomo e il medium video è molto diversa da quella della musica: una canzone si può immagazzinare e ascoltarla più volte, anche molto tempo dopo averla scambiata su Internet.

Il video, in genere, ha una fruibilità immediata: certamente gli alti costi che caratterizzano ancora il settore dei dvd possono essere un incentivo a fenomeni di duplicazione. Ma il nodo strategico rimane diverso.

Si è tentato di portare il web sulla tv, mai risultati sono stati deludenti perché la risoluzione e troppo bassa rispetto alle aspettative e comunque il televisore deve continuare a fare quello che fa oggi.

Il modello che è destinato ad imporsi è quello di arricchire i format televisivi con elementi web. La linea che si sta imponendo all’interno del forum che si occupa dello sviluppo dell’Mpeg-4 è quella di definire sistemi di protezione dei contenuti e sono abbastanza fiducioso che riusciremo a rilasciare specifiche apposite in tempi brevi. L’unica soluzione praticabile per evitare che possa ripetersi una vicenda come quella dell’Mp3 è infatti quella di produrre contenuti protetti, anche perché ritengo profondamente sbagliato e impraticabile l’approccio della direttiva europea sul copyright, che vuole imporre ai carrier l’onore di controllare la liceità dei bit che passano nella rete.

La situazione all’interno del forum Mpeg-4 è molto diversa da quella che tuttora caratterizza, purtroppo, il confronto su Mp3 e annessi: abbiamo già ricevuto quindici risposte alla call for proposal per la protezione del contenuto e molto rapidamente entreremo nella fase finale. Nel mondo della musica, invece, le aziende cercano ancora di costruire il loro business su tecnologie proprietarie di protezione del contenuto. Ma questo significa che i consumatori non hanno alcun incentivo ad allontanarsi dall’Mp3 perché oltre a dover pagare il contenuto sono costretti a perdere l’interoperabilità. Sino a quando non riusciremo a superare questa empasse la soluzione del problema Mp3 rimarrà lontana, con un danno per tutti, perché la protezione del contenuto è irrinunciabile anche per la musica. Leonardo Chiariglione da La Repubblica

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TECNOLOGIE  INTERNAZIONALE n° 358,
27 OTTOBRE 2000
LA RIVOLUZIONE DELLE IDEE
Napster ha ucciso il copyright. Ma non la creatività.
Benvenuti nell’era del comunismo della rete
di
JOHN PERRY DARLOW - WIRED - STATI UNITI. 

L’autore di questo articolo è John Perry Barlow è uno dei fondatori dell’Electronic Frontier Foundation, un’associazione statunitense per la tutela del diritto alla privacy e alla libertà di espressione su Internet. Internazionale ha pubblicato un suo articolo sulla rivoluzione digitale in Africa nel numero 294/6.

La grande guerra culturale finalmente e scoppiata. Alcuni la aspettavano con ansia da anni, per altri è stata una brutta sorpresa. Il Conflitto tra l’era industriale e quella virtuale è ormai in atto, grazie a una cosa concepita con modestia, ma che è riuscita a far saltare tutti i punti di riferimento: Napster. Quello che sta succedendo in tutto il mondo - gli scambi tra utenti della rete - non è molto diverso da quello che successe quando i coloni americani si accorsero che la corona inglese non faceva i loro interessi.

Furono costretti a scuotersi di dosso il vecchio regime e sviluppare un’economia che si adattasse meglio alla loro nuova condizione.

Per i coloni del ciberspazio, il candelotto di dinamite è stato acceso in luglio, quando il giudice Marilyn Hall Patel ha cercato di far chiudere Napster e mettere a tacere il cacofonico mercato della libertà di espressione, in cui brulicavano già più di venti milioni di amanti della musica.

Nonostante una sospensiva della Corte d’appello immediatamente concessa ai napsteriani, la sentenza ha trasformato un’economia in evoluzione in una causa, e milioni di giovani politicamente apatici in hezbollah elettronici. Gli sforzi del giudice Patel. quelli dei manager dell’Associazione dei discografici degli Stati Uniti (Riaa) a cavallo delle loro Porsche e quelli degli avvocati difensori della legge sui diritti d’autore non potranno cambiare questo semplice fatto:

nessuna legge può essere imposta con successo a una vasta parte della popolazione che non la condivide dal punto di vista morale e che può facilmente eluderla senza essere scoperta.

La vera Internet
Per non infierire, diciamo che i dinosauri dell’industria non lo avevano previsto. Immaginavano che Internet fosse tanto minacciosa per il loro impero dell’informazione o dell’intrattenimento quanto i radioamatori lo erano stati per le grandi emittenti radiofoniche. Anche dopo che questa ipotesi era stata smentita, se n’erano rimasti tranquilli come coccodrilli al sole. Dopotutto “possedevano” ancora tutta quella roba che chiamano “contenuti”. Il fatto che presto sarebbe stato possibile per chiunque avesse un computer a casa riprodurre senza fatica le loro “proprietà” e distribuirle all’umanità intera non li preoccupava affatto.

Poi è arrivato Napster. O meglio, è arrivata la vera Internet: una rete istantanea che permette a qualsiasi ragazzino brufoloso di avere lo Stesso potere di distribuzione della Time Warner. Senza dimenticare che questi sono ragazzi ai quali non importa nulla delle battaglie legali e che molti di loro hanno capacità tecniche sufficienti per spacchettare tutte le protezioni con cui l’industria dell’intrattenimento ha avvolto le “sue merci”.

Quasi tutti gli esperti legali tradizionali che hanno commentato il caso di Napster a un certo punto hanno aggrottato la telegenica fronte chiedendosi:” Il genio è forse uscito dalla lampada?” Una domanda più sensata sarebbe stata: “Esiste una lampada”.

No, non esiste. Il che non significa che l’industria non continuerà a crearne una. Oltre a emanare editti ridicoli e sconsiderati - e probabilmente anticostituzionali - Come il Digital Millenium Copyright Act, i signori dell’intrattenimento hanno una grande fiducia nelle nuove soluzioni per il criptaggio. Prima di sprecare tanto tempo con le più recenti sequenze di algoritmi, farebbero meglio a riflettere sulle soluzioni che hanno concepito finora. Tra queste ricordiamo il videodisco pav-per-view Divx, la Secure Digital Music Initiative (Sdmi) e il Css, il sistema di criptaggio del dvd. che è anche lui al centro di una disputa legale.

Una guerra inutile
Al momento il bilancio è questo: il Divx è nato morto. La Sdmi probabilmente non nascerà mai a causa delle liti legali tra le società che ne fanno parte. E la diffusione del DeCss (il decriptatore del dvd) è ormai inarrestabile, anche se l’Associazione dei produttori cinematografici di Hollywood (Mpaa) ha vinto la causa per impedire ai siti web di diffondere il codice che permette di copiare i dvd. Mentre si attende la decisione della Corte d’appello, il DeCss continuerà a diffondersi: l’estate scorsa, fuori dall’aula di New York dove si discuteva il caso, c’erano ragazzi con l’orecchino al naso che vendevano magliette con il codice del programma stampato sulla schiena.

L’ultimo tentativo di introdurre una protezione del materiale per evitare che venga copiato - ricordate quando quasi tutto il software era protetto - è fallito, ed è fallito miseramente. Anche tutti gli altri tentativi di mettere al bando le tecnologie che permettono di riprodurre dati e informazioni sono falliti. I responsabili dell’industria sono straordinariamente lenti nell’apprendere, ma alla fine anche loro capiranno quello che avrebbero dovuto capire molto tempo fa. La libera circolazione dei prodotti dell’intelletto non diminuisce il loro valore commerciale. Anzi, il libero accesso ne fa aumentare il valore, e dovrebbe essere incoraggiato piuttosto che ostacolato.

La guerra è in corso, ma secondo me è già finita. In futuro non esisteranno più i diritti di proprietà nel ciberspazio. E arrivato il comunismo della rete: esultate, o persone di talento, perché vi arricchirete. Purtroppo i re dell’entertainment sono troppo legati al passato per accorgersene: per questo ci stanno chiedendo di combattere. Sprecheremo in parcelle degli avvocati una fortuna che potrebbe essere spesa per incoraggiare e distribuire la creatività. E potremmo essere costretti ad assistere a qualche inutile pubblica esecuzione - la croce di Shawn Fanning, il padre di Napster, è in attesa - mentre invece potremmo mettere queste menti al servizio del bene comune.

Naturalmente, una cosa è vincere una rivoluzione e tutt’altra è controllarne le conseguenze. Senza leggi che trasformano i pensieri in cose reali, come faremo a farci pagare per le opere del nostro ingegno? Le persone dotate di talento creativo devono cominciare a cercarsi un altro lavoro?

Cinquemila anni senza copyright
No. Anche la maggior parte dei mestieri impiegatizi è ormai un lavoro della mente. Oggi la maggior parte di noi vive del proprio ingegno, producendo “verbi” - cioè idee - piuttosto che “nomi”, come le automobili e i tostapane. Medici, architetti, dirigenti d’azienda, consulenti, segretari. telepredicatori e avvocati riescono a sopravvivere senza “possedere” i loro pensieri.

Un’altra cosa che mi conforta è il fatto che la specie umana sia riuscita a fare un discreto lavoro creativo nei cinquemila anni che hanno preceduto il 1710, anno in cui lo Statuto della regina Anna, la prima legge mondiale sui diritti d’autore, fu approvato dal parlamento inglese. .Sofocle, Dante, Botticelli Leonardo da Vinci, Michelangelo, Shakespeare, Newton, Cervantes, Bach, hanno tutti trovato un motivo per alzarsi dal letto la mattina senza aspettarsi che quello che creavano fosse di loro proprietà.

Perfino durante l’epoca d’oro del diritto d’autore sono state prodotte alcune cose abbastanza utili, da gente come Menoit Mandelbrot, Vint Cerf, Tim Berners-Lee, Marc Andressen e Linus Torvalds. Nessuno di loro ha realizzato le sue rivoluzionarie creazioni pensando ai diritti d’autore. E poi ci sono tutti i grandi musicisti degli ultimi cinquant’anni, che hanno continuato a fare musica anche dopo aver scoperto che le case discografiche si tenevano i soldi.

Non posso resistere alla Tentazione di ripetere ancora una volta quello che dissi nel 1994, quando analizzai questi problemi in un articolo per Wired intitolato “L’economia delle idee”. I Grateful Dead. per i quali un tempo scrivevo i testi delle canzoni, scoprirono per caso che se permettevamo ai loro fan di registrare i concerti e di riprodurre liberamente le loro cassette - ‘rubando” prima la nostra “proprietà’ intellettuale proprio come fanno gli odiosi napsreriani - quelle cassette si sarebbero diffuse come un virus generando abbastanza patiti dei Dead da riempire qualsiasi stadio d’America. Anche se avevano le registrazioni pirata che spesso erano più divertenti delle registrazioni ufficiali del gruppo, i fan continuavano a comprare gli album e la maggior parte degli album vendevano così tanto che diventavano dischi di platino.

Come i videoregistratori
I miei avversari dicono sempre che questo è un caso particolare. Non è così: ecco un altro paio di casi che riguardano Hollywood. Jack Valenti, presidente della Mpaa e alfiere della battaglia contro il DeCss, passò molti anni lottando per tenere i videoregistratori fuori dagli Stati Uniti. Era convinto che avrebbero ucciso l’industria del cinema. Alla fine il muro crollò, ma quello che successe rovesciò le sue ipotesi (e non sembra che abbia imparato molto da questa esperienza). Nonostante l’onnipresenza dei videoregistratori. la gente va al cinema più che mai e il ricavato del noleggio e della vendita delle videocassette costituisce più di metà degli introiti di Hollywood.

La Riaa è più che mai convinta che scaricare gratis le canzoni provocherà l’Apocalisse. Eppure la musica in mp3 ha cominciato a inondare la rete due anni fa. In questo periodo le vendite - dei cd sono aumentate del 20 per cento.

Ancora: dopo aver rinunciato a proteggere i suoi prodotti dalla duplicazione, l’industria del software si aspettava che la pirateria si sarebbe diffusa. Infatti è successo. Ma nonostante questo, l’industria è in pieno boom. Perché? Perché più copie pirata di un programma circolano, più è probabile che diventi uno standard.

Tutti questi esempi portano alla stessa conclusione. La distribuzione non commerciale dei prodotti dell’informazione ne fa aumentare la vendita attraverso i canali commerciali. L’abbondanza genera abbondanza.

È esattamente il contrario di quanto accade nell’economia materiale. Quando si vendono nomi è innegabile che più scarso è un bene, maggiore e il suo valore. Ma per l’economia dei verbi vale il principio contrario: più sono familiari, maggiore è il loro valore. Per le idee, la fama è fortuna. E niente rende famosi quanto un pubblico disposto a distribuire gratuitamente il tuo lavoro.

Nonostante questo, rimane la convinzione diffusa che, in assenza di norme sui diritti d’autore, gli artisti e gli altri creativi non verranno più pagati. Vengo sempre accusato di essere un hippy antimaterialista che pensa che dovremmo tutti creare per il Bene dell’Umanità e vivere una vita ascetica al servizio degli altri. Mi piacerebbe essere così nobile. In realtà penso semplicemente che la maggior parte dei veri artisti sia soprattutto motivata dalla gioia della creazione.

Sono anche convinto che in futuro saremo tutti più produttivi se non dovremo fare un secondo lavoro per poterci dedicare all’arte. Pensate quante altre poesie avrebbe potuto scrivere Wallace Stevens se non fosse stato costretto a gestire una società di assicurazioni per potersi mantenere.

Dopo la scomparsa del diritto d’autore, penso che i nostri interessi saranno garantiti da questi valori pratici: rapporti, convenienza, interattività, servizio, etica. Prima di addentrarmi in ulteriori spiegazioni, permettetemi di esprimere una mia convinzione: l’Arte è un servizio, non un prodotto. La creazione del bello è un rapporto: per essere più precisi un rapporto con il Sacro. Ridurre una cosa del genere a “contenuto” è come pregare bestemmiando. Fine del sermone. Torniamo agli affari.

I nuovi mecenati
Il meccanismo economico che garantiva il sostentamento della maggior parte degli antichi maestri era il mecenatismo, sia che venisse da un ricco individuo, da un’istituzione religiosa, da un’università, da un’industria privata o - attraverso lo strumento del sostegno statale - dall’intera società.

Il mecenatismo e sia un rapporto sia un servizio. Un rapporto che garantiva il sostentamento dei geni durante il Rinascimento e che lo garantisce ancora oggi. Botticelli, Leonardo da Vinci e Michelangelo godevano tutti del sostegno sia dei Medici sia, tramite papa Leone X, della Chiesa. Bach aveva una serie di mecenati, il più importante dei quali era il duca di Weimar. Potrei continuare, ma vi sento già dire: “Questo pazzo non si aspetterà il ritorno del mecenatismo?”

In realtà, il mecenatismo non è mai scomparso: ha solo cambiato aspetto. Marc Andreessen ha beneficiato del “mecenatismo” del National Center for Supercomputer Applications quando ha creato Mosaic; il Cern era il patrono di Tim Barners-Lee quando ha creato il World wide web; il Darpa è stato il benefattore di Vint Cerf; l’IBM quello di Benoit Mandelbrot.

“Aha!”, direte voi, “ma l’Ibm è una grande industria. Trae profitto dalla proprietà intellettuale creata da Mandelbrot. Forse, ma questo vale anche per noi. L’IBM brevetterebbe perfino l’acqua e l’aria, se potesse, ma non credo che abbia mai cercato di brevettare la geometria dei frattali.

Il rapporto, e l’idea di servizio, sono alla base di quello che sostenta molti altri ‘lavoratori della conoscenza. I medici sono protetti economicamente dal rapporto con i loro pazienti, gli architetti da quello con i loro clienti, i dirigenti d’azienda da quello con i loro azionisti. In generale, se si sostituisce al termine “proprietà” il termine “rapporto”. si comincia a capire perché un’economia dell’informazione digitalizzata può funzionare bene anche in assenza di leggi sui diritti d’autore. Il ciberspazio è un luogo immateriale. I rapporti sono la sua geologia.

La convenienza è un altro importante fattore per la futura retribuzione della creatività. Il motivo per cui le videocassette non hanno ucciso il cinema è semplicemente perché è più conveniente affittare una videocassetta che copiarla. Il software è facile da copiare, ma la pirateria non ha impoverito Bill Gates. Perché? Perché alla lunga, se si vogliono usare i suoi prodotti in modo regolare, è più conveniente entrare in rapporto con la Microsoft. E sicuramente più facile avere un aiuto tecnico se quando si chiama l’assistenza si può dichiarare un numero di serie vero. E quel numero di serie non è una cosa. E’ un contratto. E’ il simbolo di un rapporto.

Pensate a come migliorerà il lavoro di musicisti, fotografi, registi e scrittori quando sarà possibile cliccare su un icona, mettere una monetina elettronica sul loro conto e scaricare la loro ultima canzone, immagine, film o capitolo. Tutto senza i barbari fastidi che oggi ci vengono imposti dall’industria dell’intrattenimento.

Anche l’interattività sarà al centro del futuro della creatività. Ogni performance è una forma di interazione. Il motivo per cui i fan dei Grateful Dead andavano ai concerti piuttosto che limitarsi ad ascoltare le cassette pirata era che volevano interagire con il gruppo nello spazio reale. Più la gente sapeva quello che succedeva durante i concerti, più voleva andarci.

Io, nella mia posizione attuale, ho un vantaggio simile. Vengo pagato ragionevolmente bene per scrivere, nonostante il fatto che metto tutto il mio lavoro in rete prima che venga pubblicato. Ma sono pagato molto di più per parlare, e ancora di più per dare consulenze, perché il mio valore reale consiste in qualcosa che non mi può essere rubato: il mio punto di vista. In una conversazione, un punto di vista unico e appassionato vale più della trasmissione a senso unico di parole. E più i miei lavori si autoreplicano su Internet, più posso farmi pagare per le mie interazioni.

Una rete etica
Infine c’è il ruolo dell’etica. Sento già le risatine. Ma la gente in realtà vuole davvero pagare una creazione che ritiene valida - e se non è troppo scomodo farlo.

Come ha detto di recente la rockstar Courtney Love in un brillante attacco all’industria della musica: “Sono una cameriera, vivo di mance”. E ha ragione. La gente vuole pagarla perché apprezza il suo lavoro. Anzi, i veri camerieri riescono a tirare avanti anche se i clienti non hanno alcun obbligo legale di lasciare la mancia. Le persone danno le mance perché pensano che sia giusto.

Sono convinto che, in assenza di una legge, l’etica tornerà protagonista su Internet. In un ambiente così fitto di connessioni, dove gran parte di quello che facciamo e diciamo viene registrato, conservato e facilmente scoperto, un comportamento eticamente corretto diventa sempre meno una questione di virtù autoimposta e sempre più una questione di pressione sociale orizzontale. Inoltre più diventiamo connessi, più diventa chiaro che siamo tutti nella stessa barca. Se io non pago, la luce della tua creazione si spegnerà e lutto diventerà meno luminoso; se nessuno paga, resteremo tutti al buio. Nella rete, tutto è circolare. Quello che prima era un ideale diventa una sensata pratica d’affari.

Pensate alla rete come a un ecosistema. E una grande foresta pluviale abitata da forme di vita chiamate idee, che, come gli organismi - quegli insiemi di informazioni che si autoriproducono, si evolvono e si adattano - richiedono la presenza di altri organismi per esistere. Immaginate quanto sarebbe difficile cercare di scrivere una canzone se non se ne fosse mai sentita una.

Come avviene in biologia, le idee-organismi del passato diventano concime per quelle che nasceranno. Inoltre, anche se voi comprate - oppure “rubate”, fa lo stesso - un idea che ha preso forma per la prima volta nella mia mente, essa rimane dove si è sviluppata e voi condividendola non ne diminuite in nessun modo il valore. Al contrario, la mia idea acquista maggior valore, dato che nello spazio informativo tra la vostra interpretazione e la mia possono nascere nuove idee. Maggiore è il numero di questi spazi, più fertile sarà l’ecosistema delle menti.

Immagino anche che il grande sistema nervoso elettronico possa produrre modelli completamente nuovi di valore creativo. Modelli in cui il valore non sta nel prodotto, che è statico e morto, ma nella vera essenza dell’arte: il processo vitale che le ha permesso di venire alla luce.

Per esempio, avrei pagato qualsiasi cosa per essere lì quando i Beatles creavano le loro canzoni. Avrei pagato anche di più per partecipare. Uno dei motivi per cui i fan dei Grateful Dead erano così fissati con i concerti dal vivo era proprio il fatto che anche loro partecipavano, in un modo strano e misterioso. Gli veniva concesso di assistere a una cosa intima come la nascita di una larva di canzone sul palcoscenico: all’inizio era ancora umida e bruttina, ma loro potevano contribuire alla sua crescita.

In futuro, invece di scatole piene di “contenuti” morti, immagino luoghi elettronicamente definiti in cui menti residenti in corpi sparsi per il pianeta vengono ammesse in tempo reale, con un abbonamento o acquistando un singolo biglietto, alla presenza dell’atto creativo. 

Riscoprire le storie
Immagino il ritorno della narrazione. Il raccontare storie, diversamente da quella cosa asimmetrica e a senso unico che piace a Hollywood, è un’attività molto partecipativa. Invece dello spettatore che se ne sta lì seduto a bocca aperta con una lattina di birra in mano mentre la televisione gli spara addosso veleno elettronico, immagino persone impegnate nel processo creativo, e disposte a pagare per farlo.

Non richiede molta immaginazione: in fondo è quello che già adesso ogni buon oratore invita a fare. I migliori non parlano al pubblico, ma con il pubblico, creando un’isola felice in cui qualcosa accade veramente, e a tutti. Al momento tutto questo deve per forza succedere nello spazio materiale, ma l’immensa popolarità delle chat room tra i giovani indigeni del ciberspazio fa presagire che ci saranno zone elettroniche più ricche dove tutti i sensi saranno impegnati. La gente pagherà per essere in quei posti e chi saprà renderli interessanti sarà ben pagato per la sua abilità di conversatore. Immagino le nuove forme di cinema che si svilupperanno in questi posti, dove quelli che sono più bravi saranno pagati dagli altri per girare, produrre, organizzare e montare.

La gente pagherà anche per vedere subito le novità, come sta dimostrando Stephen King pubblicando a puntate i suoi romanzi nel web. Molto tempo fa, Charles Dickens dimostrò la stessa cosa riuscendo a esercitare un controllo economico sulla pubblicazione a puntate. Anche se era irritato perché gli americani ignoravano i suoi diritti d’autore britannici, Dickens si adattò e trovò un modo per farsi pagare lo stesso, organizzando letture pubbliche delle sue opere negli Stati Uniti. Gli artisti e gli scrittori del futuro si adatteranno alle nuove possibilità. Molti lo hanno già fatto. In fin dei conti sono dei creativi. È affascinante pensare a quanta più libertà ci sarà per chi è veramente creativo quando i veri cinici saranno stati esclusi dal gioco. Quando avremo rinunciato a considerare le nostre idee una forma di proprietà, l’industria dell’intrattenimento non potrà più rubarci nulla.

Potremo stabilire un rapporto conveniente e interattivo con il pubblico che, essendo composto da esseri umani, sarà eticamente molto più disponibile a pagarci di quanto non lo siano mai stati i grandi magnati dell’industria. Quale maggior incentivo si potrebbe trovare per creare?

Dopo la rivoluzione
Abbiamo vinto la rivoluzione. Ormai è finita, a parte le battaglie legali. Mentre i processi si trascinano, è arrivata l’ora di cominciare a costruire i nuovi modelli economici che sostituiranno quelli del passato. Non sappiamo esattamente come saranno, ma sappiamo di avere una grande responsabilità: essere dei bravi antenati. Quello che facciamo adesso probabilmente determinerà la produttività e la libertà diventi generazioni di artisti che devono ancora nascere. E ora di smettere di chiedersi quando arriverà la new economy delle idee. È già qui. Adesso viene la parte più difficile, che è anche la più divertente: farla funzionare.  

COS’È NAPSTER?

Napster è un programma che permette a chi lo usa di scambiarsi file musicali mp3. È, in sostanza, un programma di accesso a Internet molto limitato: fa vedere gli mp3 che sono nei computer degli altri utenti collegati, li elenca sommariamente e permette a ognuno di scaricarli sul proprio computer. Lo scambio, quindi, avviene tra singoli: tutto quello che fa Napster è gestire un computer centrale che mantiene un elenco costantemente aggiornato delle canzoni disponibili. Una differenza fondamentale rispetto ai fornitori di musica online come mp3.com, che invece permettono di scaricare i file mp3 da un computer centrale. Per trasferire un brano ci vuole un tempo compreso tra cinque e i trenta minuti. Napster gestisce inoltre dei gruppi di discussione tra utenti e permette anche di contattare tutti coloro che sono collegati. L’inventore di Napster si chiama Shawn Fanning e oggi ha 19 anni. Lo ha inventato nel 1999 perché voleva un sistema pratico per scambiarsi canzoni con gli amici. Oggi gli utenti sono più di trentacinque milioni in tutto il mondo.

BREVE STORIA DI UN PROCESSO

1999
In estate nasce Napster.

8 dicembre l’Associazione discografici degli Stati Uniti (Riaa) fa causa a Napster, accusandolo di violare la legge sul copyright e di favorire direttamente la pirateria musicale.

2000
A maggio il gruppo rock Metallica ottiene da un tribunale l’espulsione da Napster di tutti coloro che scambiano canzoni del gruppo. Qualche settimana dopo un provvedimento analogo viene ottenuto dal rapper Dr Dre.

A luglio i rapper Public Enemy e la band rap-metal Limp Bizkit si schierano a favore di Napster.

Il 26 luglio il giudice Marylin Hall Pater ordina la chiusura di Napster, i cui utenti sono almeno 20 milioni.

Il 27 luglio il traffico su Napster aumenta del 71 per cento in 24 ore. Gli utenti del sito rivale Gnutella passano da 30miIa a 1,6 milioni.

Il 28 luglio la Corte d’appello blocca il provvedimento del giudice Pater.

IL 28agosto secondo dati della Riaa le vendite di cd negli Stati Uniti sono aumentate del 6 per cento nell’ultimo anno.

Il 2 ottobre ricomincia il processo Riaa - Napster.

Il 30 ottobre si diffonde la notizia che Bertelsmann-BMG ha stipulato un’accordo con Napster che prevede il pagamento di un abbonamento da parte degli utenti di 5 dollari (11mila lire) al mese. L’accordo prevede che una parte di queste risorse verrà riconosciuta alla BMG per compensare il diritto d’autore.

La BMG si ritira dalla causa invitando le altre mayor a seguire il suo esempio.

NAPSTER
I rischi del processo
David Boies è uno dei più temuti avvocati d’America. Ha difeso giganti come IBM, Aol e Cbs. Ed è diventato una star guidando vittoriosamente il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti contro Bill Gates e la Microsoft. Ora sta difendendo Napster dall’attacco dell’Associazione dei discografici degli Stati Uniti (Riaa), che chiede lo smantellamento del sistema di scambio gratuito della musica online. John Heilemann lo ha intervistato per Wired. “Quando si pensa a Napster si pensa alla musica”, osserva Boies. “Ma la prima cosa che mi ha colpito di questo caso è la sua importanza non solo per l’industria musicale ma per tutto il mondo Internet.

C’è una nuova tecnologia - in termini di condivisione peer-to-peer dell’informazione - e perché questa tecnologia funzioni si deve consentire alla gente di fornire cataloghi centralizzati dei dati. Qualcuno deve mantenere questi cataloghi. Insomma, è come un giornale che pubblichi annunci pubblicitari. C’è bisogno di un posto dove possa andare la gente che desidera partecipare a quel tipo di attività. E se si impone al fornitore del servizio di catalogazione l’obbligo di investigare, monitorare e controllare ciò che fanno gli utenti, è molto difficile che questo tipo di tecnologia possa mai funzionare”.

La prossima ondata della tecnologia peer-to-peer è rappresentata da Gnutella, Freenet e altri servizi decentralizzati e distribuiti, nessuno dei quali sotto accusa. Cosa può fare la legge in un caso del genere?

“Penso che non possa fare niente sul piano pratico. Ma c’è una grande differenza tra Gnutella e Freenet da una parte e Napster dall’altra. Gli elenchi custoditi su un server centrale forniscono qualcosa che i servizi totalmente decentralizzati non fanno: grazie al catalogo centralizzato, offrono agli utenti un ventaglio di scelte e una capacità decisionale molto maggiore. Il vero rischio è che se si chiude un servizio come Napster, che è potenzialmente in grado di essere molto più efficiente e di fornire una tutela maggiore ai detentori dei diritti d’autore, tutti saranno spinti verso un sistema meno efficiente e con meno garanzie.

L’altra possibilità è di trasferire la tecnologia dei cataloghi centralizzati all’estero, per esempio in Canada. Poiché è una tecnologia a carattere non commerciale, se Napster si trasferisse in Canada negli Stati Uniti nessuno potrebbe più farci nulla. Le persone dovrebbero semplicemente collegarsi a un sito canadese”.

Si metta ne/panni della Riaa. Come si comporterebbe con David Boies e Napstér?
“Se fossi alla guida della Riaa - i suoi membri subito diranno “Grazie a Dio non lo è!” - o dovessi fornire loro un parere legale, direi che questa è una battaglia che non possono vincere. Perché anche se riuscissero a distruggere Napster, sarebbe una vittoria di Pirro”.

Pensa che i/loro obiettivo sia questo?
“Sì, chiaramente vogliono distruggere Napster”.

Non cooptarlo? Non avviare un rapporto di collaborazione?
“No, distruggerlo e poi cercare di impossessarsi della tecnologia”.

E se ci riuscissero?
“Anche se distruggessero Napster, non potranno mai distruggere questa tecnologia. Non saranno in grado di mantenere il tipo di controllo che desiderano. Non sono certo che le loro azioni siano completamente irrazionali: distruggendo Napster e assumendo nel breve termine il controllo della tecnologia, possono forse preservare il loro dominio sul mercato per una certa quantità di anni. Evidentemente questo ha la sua importanza per loro. Ma assumere una posizione del genere è anche molto pericoloso: un’industria che va in guerra contro i suoi clienti è un’industria che in fin dei conti non può vincere”. (N.M.)


L’ingegnere italiano “creatore” del programma usato da milioni di giovani e che ha messo in crisi le case discografiche sta ora studiando l’antidoto. “Entro il 2001 blinderemo Internet”.

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MR MP3 “MUSICA GRATIS
ORA DEVO COMBATTERTI”
di Fabio Scuto

Non ha l’aspetto di uno stregone informatico Leonardo Chiariglione. Eppure è dal suo ufficio in una palazzina di vetro cemento alla periferia di Torino che è partita la tempesta che rischia di sconvolgere per sempre il mercato della musica. Da questo ingegnere a capo dei servizi multimediali e video dello Cselt (il centro ricerche di Telecom Italia) e dal suo staff di giovani collaboratori è stata creata Mpeg (Moving picture expert Group), la tecnologia che permette di comprimere file audio e video e renderli così facilmente trasportabili sulla rete. Mp3, il programma che sta mettendo in ginocchio le major della musica (Ed i negozianti di prodotti audiovisivi n.d.r.), è solo una costola secondaria del progetto, una semplice derivazione. Ma con una capacità detonante enorme, decine di siti Internet ormai offrono musica gratis sulla rete, copiabile facilmente e in brevissimo tempo, perfettamente riprodotta.

Il caso Napster e lo strascico giudiziario che dura da mesi è solo la punta dell’iceberg. E quando si è cercato di bloccare le potenzialità “eversive” di Mp3 chi potevano chiamare se non proprio il “padre” del sistema? Chi meglio di lui poteva disattivare se stesso? Ed ecco che l’ingegner Chiariglione è stato messo a capo di una struttura mondiale, lo Sdrni (Secure Digital Music Initiative), con lo scopo di blindare i file musicali in rete, proteggerli dalle incursioni indesiderate e rendere i medesimi file una possibile fonte di guadagni, vendendoli solo a chi dall’altra parte del video paga.

“E vero, stiamo lavorando a un guscio di protezione dei file”, conferma Chiariglione, “lo stiamo facendo sotto due denominazioni come Sdmi e consorzio Mpeg. Posso dire che tra 15 giorni a un meeting in Francia metteremo a confronto le nostre esperienze sul campo e sul tavolo ci saranno le risposte ottenute per proteggere i bit trasferiti su Internet”. Chiariglione è ottimista. “Cercheremo di realizzare uno standard di protezione universale entro dicembre del prossimo anno. Una tempistica credo adeguata ai tempi di Internet. Sarà un guscio che potrà essere tolto solo se chi detiene la proprietà o i diritti non decida di rende copiabile e metterlo in rete gratuitamente sarà un sistema che potrà garantire sia i grandi che i piccoli utenti della rete”.

Ma l’adesione di Chiariglione non è tecnica, è anche semantica. “Credo che tecnologie di protezione abbiano un potenziale di democratizzazione del messaggio sia per chi lo produce che per chi lo utilizza. Se quello che c’è nella rete non ha corrispettivo per l’acquisto, l’uso o l’ascolto”, sostiene Chiariglione, “che interesse c’è a metterlo sulla rete? Se la musica è disponibile per tutti, non ha più valore in sé. Acquista valore quando per ascoltarla o scaricarla sul computer devo pagare qualcosa. Solo a quel punto recupera il suo valore. In questo momento un file Mp3, una volta messo in rete, non ha più nessun valore. Ecco perché la tecnologia di protezione è fondamentale”.

Un discorso che suona come una sinfonia alle orecchie delle major discografiche mondiali che lamentano danni per miliardi di dollari. Ma anche su questo argomento le certezze sono poche. Basta ricordare che alla fine degli anni Settanta le case produttrici di Hollywood entrarono in guerra con la Sony per la commercializzazione del videoregistratore Vhs. I produttori cinematografici portarono la company giapponese in tribunale lamentando che se si poteva registrare un film dalla tv o da un’altra cassetta il mercato cinematografico sarebbe crollato. Il giudice federale diede torto ai produttori e anche il mercato: l’home video rappresenta infatti oggi quasi la metà degli introiti dell’industria del cinema mondiale. E anche ora le star della musica che hanno dichiarato guerra a Napster e ai siti fratelli potrebbero essere in errore. Secondo “Atlantic Monthly”, il mensile statunitense che si occupa di tecnologie, le major discografiche che hanno trascinato in tribunale il giovane creatore di Napster sono in torto completo e anche i musicisti. “Per ricevere un assegno per le royalties”, scrive il mensile, “l’autore di un Cd pop o rock deve vendere almeno un milione di copie. E certo ciò non accade spesso”.

Industrie discografiche sotto accusa anche della stampa britannica. Il “Financial Times”, che certo non è foglio rivoluzionario, ha sostenuto quest’estate che “la musica (in rete) andrà avanti”. E anche un’altra icona del capitalismo come il settimanale “Economist” non ha risparmiato le sue critiche alle major avvertendo che “la musica su Internet. così come il rock and roll. continuerà a esistere”. Se anche due Bibbie del liberismo si schierano in questo modo certo non siamo di fronte a qualcosa di eversivo: c’è solo una nuova tecnologia che sta dando uno scossone al mercato.

Ma forse non è tutto. Le nuove tecnologie stanno facendo nascere nuovi bisogni di libertà e stanno creando consumi che fino a ieri non esistevano. Non vanno combattuti ma assecondati, perché le stesse tecnologie che in Occidente consentono la libertà di musica possono offrire nei Paesi autoritari (come la Cina o l’Iran) la libertà di parola.

Sul prossimo verdetto della Corte di San Francisco la Riaa (l’associazione dei discografici americani) si dice certa che la causa intentata contro Napster per violazione dei diritti d’autore avrà successo. Ma anche Shawn Fannìng e i suoi avvocati sono abbastanza tranquilli, convinti che il giudice accoglierà i loro ricorsi.

Anzi, i legali di Napster hanno avanzato una proposta di un certo interesse per le major discografiche al fine di calmare le acque e che molti esperti musicali giudicano positivamente: trasformare Napster in un sito a pagamento. Con un abbonamento mensile che potrebbe costare 4 dollari e 95 (11 mila lire) si potrebbe avere il diritto di scaricare i brani musicali, e Napster - secondo i calcoli dei suoi legali - sarebbe in grado di versare 500 milioni di dollari di diritti ogni anno alle major dell’industria discografica.

Ma potrebbe essere già tardi e non essere più sufficiente.

Iniziative analoghe sono state avviate in campo cinematografico e letterario con programmi che consentono di scaricare film e libri gratuitamente e dopo i discografici altre major dell’entertainment potrebbero essere messe in ginocchio, gli avvocati di Hollywood si stanno preparando a scendere in campo. Fabio Scuto

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MUSICA SU INTERNET: GIUDICE USA
CHIUDE SITO “NAPSTER” 

Un giudice di San Francisco ha ordinato la chiusura temporanea, fino al termine del processo in atto, del sito Internet “Napster”, che consente ai visitatori di scaricarsi file musicali.

La magistratura era stata chiamata in causa dall’associazione americana dell’industria discografica (RIIA) e dall’associazione nazionale degli editori musicali (NMPA), secondo cui “Napster” violerebbe il diritto d’autore.

Nato nell’estate del 1999, questo sito mette a disposizione dei suoi visitatori un software che consente lo scambio di file su formato MP3.

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Patto tra la multinazionale discografica e il sito sotto processo perché consente di scaricare i brani dalla rete senza pagare
Accordo Bmg-Napster
La musica non e più gratis

di Carlo Moretti

La major acquisirà quote della società Internet e otterrà il versamento dei diritti. Ma l’accesso costerà 5 dollari al mese

La musica gratuita in Internet ha subito un primo colpo: Napster, il sito che permette di scaricare canzoni direttamente sul proprio computer, diventerà un servizio in abbonamento. La Bertelsmann, la multinazionale tedesca del disco, ha ieri deciso di accordarsi con la società californiana: l’al1eanza strategica prevede l’acquisizione da parte della Bmg, la divisione musica di Bertelsmann, di una quota azionaria di Napster e da parte di Napster il pagamento dei diritti d’autore.

In cambio, Bertelsmann rinuncia alla battaglia legale avviata contro Napster, accusata del mancato pagamento dei diritti d’autore, e invita le altre multinazionali del disco a fare altrettanto, accettando il software di Napster come servizio base per sviluppi futuri.

Si tratta di una decisione storica: per la prima volta un’industria discografica scende a patti con il nemico numero uno, trascinato in tribunale dalla Riaa, l’associazione dei discografici americani. Così, mentre pende ancora il giudizio della Corte d’appello di San Francisco, il fronte anti-Napster (che vede schierate anche Sony, Universal, Emi e Warner) si spacca, e un’industria del disco accetta l’idea di esplorare le potenzialità del mercato musicale in Internet.

La notizia non farà in ogni caso piacere agli utenti di Napster, che in appena due anni sono diventati ben 38 milioni nel mondo. Hank Barry, amministratore delegato del sito musicale, ha infatti comunicato che nel prossimo futuro l’accesso al sito sarà possibile solo in abbonamento versando cinque dollari al mese.

Il sito frutto di un modello basato sullo scambio gratuito tra gli utenti e dunque anti-economico, era comunque destinato a uno sbocco commerciale, vuoi con la vendita della propria banca dati vuoi attraverso l’accordo con le aziende: la causa da 100 milioni di dollari ha evidentemente fatto precipitare gli eventi orientando Shawn Fanning, il ventenne inventore del software e presidente di Napster, verso la seconda ipotesi.

“Sono felice del fatto che la Bertelsmann apprezzi l’unicità della comunità che gli utenti di Napster hanno costruito” ha commentato, “in questo modo il nostro sito potrà diventare parte della vita di un numero sempre più alto di persone e le aiuterà a scoprire e a esplorare la musica”. Thomas Middelhoff, il presidente di Bertelsmann che solo un mese e mezzo fa aveva definito i discografici “ciechi di fronte a Internet”, presentando l’accordo ha dichiarato: “Napster ci ha indicato una nuova strada per la distribuzione musicale e sono convinto che diventerà la base di nuovi modelli commerciali per il futuro dell’industria musicale”.

L’accordo tra la Bertelsmann-Bmg e Napster prefigura una rivoluzione nella fruizione della musica: nel nuovo panorama il supporto del disco è infatti destinato a un ruolo sempre più marginale. Mentre Franco Reali, Presidente di BMG Italia ha affermato: “Siamo di fronte a un accordo storico per la musica registrata: la discografia fa il primo passo verso la tecnologia di Internet dopo anni di guerra senza esclusione di colpi”.

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Pace fatta tra Mp3.com e Universal.
Il sito dovrà risarcire 53.4 milioni di dollari

Si è conclusa con un accordo la vertenza che per mesi ha coinvolto Mp3.com, società accusata dalla Universal Music di aver violato le leggi sul diritto d’autore, distribuendo online brani musicali in formato Mp3. Il noto sito musicale ha, dunque, accettato di pagare un risarcimento di 53.4 milioni di dollari per i danni causati alla casa discografica. Secondo quanto stabilito dall’accordo quest’ultima anziché contanti riceverà poco meno del 25% delle azioni di Mp3.com che a differenza del “collega” Napster può vantare un collocamento nel listino tecnologico Nasdaq.

La tregua siglata con la Universal pone dunque la parola fine alla causa intentata all’inizio dell’anno da altre quattro importanti case discografiche con le quali Mp3.com si era poi accordata nei mesi scorsi.

Rispetto a quanto Mp3.com aveva pagato precedentemente si tratta di un risarcimento ben più consistente. La notizia è stata comunque accolta positivamente dagli investitori che nonostante le deludenti performance registrate dal Nasdaq nei giorni scorsi, continuano a dare fiducia al titolo attestatosi sui 4 dollari. Maria Elena Pistuddi

Gli scontri giudiziari si chiudono con grandi alleanze.
Un canone per gli utilizzatori abituali
Internet volta pagina mai più musica gratis
Anche MP3 si piega ai discografici.
L’intesa Napster ha fatto da apripista. 
Ma ci sono alcuni siti, come
Gnutella, che continuano la battaglia
di Federico Rampin 

Dalla guerra senza tregua, alla luna di miele. Tra i colossi internazionali dell’industria discografica, e i siti Internet bollati fino a ieri come “pirati” perché consentivano di copiare musica gratis, è scoppiata di colpo la pace. Ed è molto più di una fine delle ostilità - combattute a colpi di processi miliardari (in dollari) – è addirittura l’inizio di un’alleanza strategica. Una svolta storica che può rivoluzionare il business della musica, con vantaggio soprattutto per i consumatori.

In questa svolta ognuno ha dovuto fare delle concessioni: la grande industria del disco ci rimetterà un po’ di margine di profitto, i siti Internet hanno rinunciato al dogma assoluto della gratuità. L’ultimo caso è quello di MP3.com, il portale musicale con sede a San Diego in California, che d’ora in avanti cambierà le regole del suo servizio MY.MP3.com. Agli utilizzatori più frequenti verrà richiesto un canone di abbonamento; i clienti occasionali avranno ancora accesso alla musica gratis, ma in compenso dovranno guardarsi la pubblicità sul sito.

Questa è la conseguenza dell’accordo siglato martedì scorso con la Universal Music del gruppo Seagram, in base al quale MP3.com ha accettato di pagare 53 milioni di dollari di indennizzo dei diritti d’autore.

La casa discografica ha rinunciato a un processo dal quale poteva ricavare 100 milioni di dollari di indennizzo, e si è impegnata a comprare il 5% delle azioni di MP3.com. Altri colossi musicali avevano già raggiunto intese con il portale.

Il servizio offerto dalla piccola società di San Diego è il seguente: chiunque può copiare i compact disc musicali che possiede sul sito MP3.com; quest’ultimo li tiene a disposizione del proprietario in un suo “magazzino virtuale”, da dove la musica può essere ascoltata in ogni momento e in ogni luogo, usando qualsiasi computer collegato con Internet. MP3.com ha copiato finora 80.000 cd nel suo formato. Ma un giudice ha stabilito che copiando i cd la società aveva violato le leggi  Usa sul copyright.

Di qui le richieste di indennizzo, chiuse dall’accordo con la Universal. Ora MP3.com deve dimostrare che il suo servizio avrà un mercato anche quando sarà a pagamento. Tra le prime reazioni del pubblico più affezionato non sono mancate le proteste.

Qualche portale “peer-to-peer” o P2P (di quelli cioè che consentono ai navigatori di Internet di lavorare in rete e scambiarsi contenuti “alla pari” senza dipendere da un server centralizzato), per esempio Gnutella, continua la sua battaglia contro il copyright e difende la cultura della gratuità. Ma la tendenza di fondo è quella aperta dall’intesa fra il precursore Napster di Redwood City (California) e il gruppo tedesco Bertelsmann, il primo segnale di svolta in questo settore.

In base a quell’alleanza strategica, Bertelsmann ha prestato 50 milioni di dollari a Napster e ha l’opzione di acquistarvi una partecipazione azionaria. Napster - il pioniere del movimento P2P per lo scambio di musica gratis online - ora deve sviluppare una nuova tecnologia, che consenta di monitorare gli utenti ogni volta che si scambiano musica e la copiano attraverso Internet.

L’obiettivo è passare dalla gratuità assoluta ad un canone di abbonamento: sempre assai meno costoso rispetto all’acquisto dei cd. Resta aperto il processo che altre case discografiche hanno intentato a Napster, e che attende la sentenza d’appello del tribunale di San Francisco.

Ma la Bertelsmann ha mostrato più capacità innovativa dei suoi concorrenti americani. La casa discografica, infatti, in cambio della fine della gratuità che salvaguarda il principio del copyright, ha sposato a sua volta la filosofia di Napster: un ambiente aperto, che offre un accesso facile e costante alla musica. “Lo scambio di contenuti online - ha detto l’amministratore delegato di Bertelsmann Thomas Middelhoff - diventerà in futuro parte integrante dell’industria dei media e dello spettacolo”.

Anziché cercare di contrastare il fenomeno, il gigante tedesco ha deciso di cavalcarlo fino in fondo e di diventarne un protagonista, spiazzando cosi i suoi concorrenti più conservatori. Napster è uscito dalla fase della rivoluzione anarchica. Ma ora il suo potenziale innovativo sfida tutto il business della musica, facendo crollare i prezzi a vantaggio del consumatore.

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La BMG acquista il sito, l’Universal entra da padrona in Mp3
…ma la partita in rete è solo all’inizio
Muore un Napster ne nascono altri cento
di Filippo Bianchi 

Le notizie che riguardano Internet, spesso, hanno una curiosa prerogativa: arrivano, vengono commentate, e poi si capovolgono, facendo sembrare quei commenti risibili. Qualche settimana fa, la notizia era: “Napster, i pirati della musica”, “L’industria musicale contro Napster”. Qualche tempo dopo, la notizia diventa: “Bertelsmann, il più grande gruppo editoriale del mondo, vuole acquistare una quota delle azioni di Napster”. Per chi non fosse informato, le parole con cui si cerca di spiegare cos’è Napster recitano: “il sito che mette in contatto fra loro gli amanti della musica, e consente loro di scambiarsi dei file”. Una definizione che ne chiama un’altra su Internet: “luogo che mette in contatto fra loro gli abitanti di questo pianeta, e consente loro di scambiarsi ciò che gli pare”. Sia come sia, l’idea di Bertelsmann è realistica, ancorché non nuova: se non ce la fai a sconfiggere un nemico, compralo. Analogo atteggiamento tennero le major con le etichette indipendenti quando le vedevano crescere pericolosamente. Bisogna aggiungere che il gruppo Bertelsmann è stato fra i primi a comprendere le insidie della Rete: è di qualche anno fa il tentativo di ostacolare, sul fronte dei libri, l’ascesa di amazon.com opponendogli bol.com. I grandi gruppi sono preoccupati, e ne hanno tutte le ragioni. Il loro impero si è edificato sostanzialmente sul monopolio della distribuzione: la capacità di far arrivare un prodotto nei negozi di Helsinki e in quelli di Durban, di Roma o di Seoul. Quel monopolio, con Internet, è tramontato. E non è che basti aggiungere qualche posto a tavola: tutti quelli collegati alla Rete hanno un potenziale distributivo equivalente a quello delle major. Il punto è che finora non se ne sono corti, perché siamo in una fase di transizione. E quindi fanno bene i grandi gruppi a prendere delle misure di difesa transitorie. Ma sanno che se oggi sono in grado di far diventare Napster - BMG un sito a pagamento, domani verranno migliaia di post-Napster gratuiti (e ce ne sono già molti). Perché nel mondo nuovo cambia l’architettura del mercato e dissemina trappole per tutti: industriali orfani del privilegio che presumevano eterno; cronisti e commentatori che non trovano più le parole per spiegare cosa sta succedendo. Perfino gli avvocati, che ad evitare trappole sono maestri, sono disorientati: 2 consulenti legali della BMG hanno rassegnato le dimissioni, ritenendo l’acquisto di Napster illegale.

Nuovo capitombolo della notizia: a fine anno lasceranno l’incarico anche due dirigenti del gruppo Bertelsmann, Strauss Zelnick e Michael Dornemann, quelli che hanno concluso l’accordo con Napster (Gioverà ricordare che Zelnick, a giugno, aveva dichiarato: “chi scarica un file da Internet senza pagare è un ladro”). In questa ecatombe di alti dirigenti, avvocati e notizie affidabili, il sito di Napster è generoso di risposte rassicuranti per tutti. “Ma sì, certo che Napster continuerà a consentire la condivisione gratuita dei file MP3 per tutti, Napster è sinonimo di condivisione”, anzi,

“stiamo studiando il modo per retribuire il lavoro degli artisti e per tutelare gli interessi delle case discografiche”. Bravi. Come, e a spese di chi? La risposta alla seconda domanda è facile: a spese dell’utente, quello che doveva condividere gratuitamente. La prima domanda resta inevasa. Le altre major sono irritate con la Bertelsmann, accusandola di aver stretto alleanze col nemico, di aver ceduto al futuro. Altra conversione a U: la Universal si accorda con MP3 ottenendo un quarto delle sue azioni. Ma gli avvocati di tutte le case discografiche e di tutte le società degli autori del mondo ancora non ci hanno spiegato come si fermano le conseguenze dell’interconnessione globale. Aspettano, si presume, la sentenza d’appello sulla disputa fra Napster e la RIAA, che rappresenta il mondo discografico. Come se una sentenza fosse in grado di impedire al signor X di Brisbane e al signor Y di Boston di scambiarsi dei file, e poi di coinvolgere i loro amici, che a loro volta coinvolgeranno altri, fino ad arrivare a 38.000.000 di persone. E cioè esattamente ciò che ha fatto, meno di un anno fa, il giovane Shawn Fanning, creando Napster.

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“Come musicista penso che gli artisti vadano protetti, ma
non diventando negozianti…”
La libertà non si può comprare
di Sergio Messina 

E’ la notizia della stagione: la Bmg sì è comperata Napster. E’ certamente una notizia sorprendente: cerchiamo di capire meglio cosa implica, questa imprevedibile mossa. La notizia continua: “Si pensa di rendere il servizio a pagamento (4.95 $ al mese), e di coinvolgere le altre multinazionali nel legittimare questo rivoluzionario sistema distributivo”.

Napster funziona sulla base della distribuzione da persona a persona. Il coinvolgimento degli utenti è necessario: se tutti scaricassero e basta Napster non esisterebbe. Il database centrale è appunto solo un database; i files li convertono, li tengono e li distribuiscono gli utenti, a differenza di qualsiasi altro sito che deve usare la propria costosa banda per diffonderli.

Fino ad oggi Napster ha funzionato proprio sulla base della ramificazione infinita una capillarissima rete di distribuzione in grado di diffondere non solo le ultime novità, ma cose vecchie, rarità, dischi mai ristampati e amorevolmente convertiti in Mp3 da volenterosi maniaci. E adesso arriva la Bmg, caccia pochi spicci e si aspetta che tutto il mondo diventi suo convertitore e distributore di Mp3, e perdipiù a pagamento? Tramutano lo spirito della rete in spirito aziendale? Ma chi si credono di avere di fronte? Non hanno veramente mai visto Gnutella? Avrebbero dovuto capirlo prima di fare causa a Napster: se punisci una tecnologia che tutti amano ed usano, domani ne viene fuori un’altra 100 volte più incontrollabile, com’è appunto Gnutella o Freenet che, per ammissione del suo autore, “non potrebbe essere più fermata da nessuno”.

Come musicista penso che gli autori vadano protetti, anche economicamente; Napster, al grido di “free music”, ha aperto un dibattito: la musica potrebbe diventare gratis o essere comunque pagata in maniera diversa da 40.000 lire per 3 pezzi buoni e il resto fuffa? Forse sì. Certo non diventando tutti dei negozianti a pagamento; e il prevedibile risultato di questa mossa è che adesso il fenomeno è davvero incontrollabile.

Il finale (provvisorio) della storia è dolce-amaro: è di qualche giorno fa l’annuncio che i legittimi proprietari del brevetto sulla tecnologia Mp3 stanno chiedendo i denari, dopo aver furbamente aspettato che Mp3 diventasse diffusissimo; per ora solo ai siti che hanno files legittimi. E’ ovvio però che se Napster diventasse legale... Insomma: niente più Napster o Mp3 (prodotti decisamente new economv”, e quindi protetti da copyright fin dal primo giorno). Niente cambia però: Freenet, Gnutella, Mynapster, Opennap sono reti di file-sharing senza database e - invece degli Mp3 - Vorbis: tutto software Qpen Source libero, migliorabile e ridistribuibile all’infinito. Se fossi la Bmg non dormirei affatto più tranquillo (e non mi sentirei per niente un furbone). radiogladio@radiolilliput.org.

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Ma dalla rete arriva un’altra musica
di Gino Castaldo 

E’ ancora presto, d’accordo, ma nel rovente dibattito che oppone garantisti (diciamo così...) e libertari nella partita Napster sta sfuggendo completamente di vista una questione forse ancora più importante di quanto non sia quella dei soldi agli artisti, dello scambio gratuito o a pagamento dei file musicali. La questione riguarda la natura stessa della comunicazione musicale, le sue ragioni profonde, lo sviluppo e la destinazione d’uso a cui la musica è legata. Detto altrimenti è in gioco la musica in sé, e non solo la sua pura e semplice ripetizione in rete. Eccesso di fantasia? Forse, ma proviamo a seguire un ragionamento. Ogni volta (nel secolo scorso) che un’innovazione tecnica ha fatto la sua comparsa nel panorama musicale, non è stato solo un cambiamento meccanico, è la musica a essere cambiata di conseguenza. Quando è arrivato il microfono, non c’è solo stata una facilitazione nell’amplificare per grandi spazi la voce umana, in realtà è cambiato il modo stesso di cantare. Quando è stato introdotto il registratore multitraccia, non sono solo state migliorate le tecniche di ripresa del suono, è radicalmente cambiata la musica, al punto che gran parte dei “rivoluzionari” dischi incisi negli anni Sessanta non sarebbero stati nemmeno pensabili senza quella possibilità, semplicemente perché erano musiche non eseguibili attraverso gli strumenti tradizionali, e per lungo tempo, infatti, non rieseguibili dal vivo. Ora abbiamo un nuovo sistema di distribuzione della musica. E’ solo questo? Niente affatto. Intanto, anche se siamo solo agli inizi, la gestione computerizzata dei file musicali sta modificando la percezione che abbiamo del supporto necessario, la musica oggi può viaggiare senza alcun supporto, viene parcellizzata in una miriade di pezzi. Con infinite varianti e possibilità di scelta. Dunque stanno cambiando le abitudini dell’ascolto, che hanno avuto un ruolo secondario nella complessità del fenomeno musicale. I giovani soprattutto, meno vincolati al passato, stanno scoprendo la musica non come discorso compiuto all’interno di un album (che è comunque un segno artistico, aggiunto alle singole creazioni) ma come attraverso un enorme pozzo, una gigantesca biblioteca, in parte caratterizzata da indici e catalogazioni, in parte randomizzata dall’alea dello scambio tra utenti, spogliata di coordinate storiche e geografiche. Se prima andavamo a cercare e scegliere percorsi dati, oggi siamo invitati a pescare nuovi percorsi aperti in un mare di possibilità praticamente illimitate. Cambia, e cambierà, dunque, il modo in cui ascoltiamo la musica, e possiamo scommetterci, prima o poi, ma probabilmente molto presto, finirà inevitabilmente per influenzare gli stessi artisti che questa musica da scambiare devono produrla. Il meccanismo arriverà presto a condizionare la fonte primaria di tutto questo processo. E allora sarà un’altra musica.

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Musica in affitto: la Universal sfida Napster 

La major mette il suo archivio on line: farà pagare un abbonamento di 15 dollari al mese.

Sfruttare la rete per vendere musica, aggirando l'ostacolo Napster.

E' il progetto della Universal Music, prima grande casa discografica a mettere il suo catalogo on line. L'esperimento comincia con cinquemila internauti, che faranno da cavie: potranno scegliere i brani preferiti dall'archivio della Universal (circa ventimila canzoni). Non potranno 'scaricare' i file, ma solo ascoltarli in tempo reale, per una sola volta, dunque niente archivi personali, niente scambio di file modello Napster. I cinquemila sperimentatori, naturalmente, non pagheranno niente, ma una volta a regime al servizio di ascolto on line si potrà accedere soltanto pagando un abbonamento. La Universal non ha ancora indicato le tariffe, ma stando alle voci l'abbonamento mensile dovrebbe aggirarsi attorno ai 15 dollari (30 mila lire).

La Universal, nei mesi scorsi, aveva rifiutato accordi con Napster, Mp3.com e gli altri siti che distribuiscono musica on line: ora ha svelato le proprie carte. La scommessa non è priva di rischi. La tecnologia scelta, con la sola possibilità di ascolto in linea, difficilmente sarà gradita agli utenti Napster, abituati ad acquisire i brani ed archiviarli sul proprio computer. E resta da vedere quanti appassionati saranno disposti a versare 15 dollari al mese per accedere all'archivio Universal, che comprende molti artisti importanti (Sting e Jimi Hendrix, per citarne un paio), ma è comunque ridotto rispetto all' "archivio universale" creato dai 28 milioni di affiliati a Napster.

La convivenza fra musica a pagamento e musica gratis sembra difficile. Perciò la sfida della Universal si gioca su due terreni: in rete, col progetto di affittare musica; e nelle aule giudiziarie della California, dove il caso Napster è ancora aperto. Se il tribunale americano imporrà la chiusura della società di San Mateo, il progetto Universal avrà più probabilità di successo; sempre che gli orfani di Napster non si riversino su Gnutella e gli altri siti 'fratelli'.

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Napster sbatte la testa. Si riavrà? 

11/12/00 - News - Roma - Non era ancora mai accaduto.

Napster ha estromesso un numero imprecisato di utenti dall'accesso al proprio sistema perché colpevoli di aver scambiato file musicali della band "Rage Against The Machine". Il fatto inedito è che la band, da sempre sostenitrice del file-sharing, nulla sapeva dell'estromissione da Napster dei suoi fan e ha utilizzato il suo sito per chiedere scusa agli utenti a cui è stato tolto "il diritto di ascoltare la nostra musica".

Sul loro sito quelli della band (prodotti da Epic, casa che fa capo a Sony Music) sono sembrati sinceramente dispiaciuti per quanto accaduto. Uno dei componenti del gruppo, Tom Morello, ha pubblicato un messaggio rivolto a tutti i fan: Apology for the Napster Ban. Messaggio nel quale afferma che "l'operazione contro i fan di Rage è stata presa senza che noi ne sapessimo niente".

Nello stesso messaggio, Morello subito dopo spiega l'origine dell'operazione: "Nel loro zelo per impedire che il nostro disco girasse online prima della data di rilascio, non ci hanno consultato (quelli di Epic, ndr) prima di chiedere a Sony di intervenire su Napster".

Ma la cosa più sconcertante di quel messaggio è il fatto che Morello vi indichi due siti nei quali trovare tutte le info che servono per "bypassare" il blocco imposto da Napster e continuare ad utilizzare il sistemone. Entrambi i link, infatti, poche ore dopo la loro pubblicazione, erano già diventati "dead link": i siti a cui puntavano non esistono più. Un segno evidente del dinamismo con cui Sony si è mossa in questa occasione per "proteggere" la musica che produce, seppure indirettamente attraverso Epic.

In un secondo messaggio Morello indica un nuovo link che porta a proprie pagine nelle quali si dà istruzione ai fan per superare il blocco. Soprattutto, nel messaggio Morello sembra aver preso in mano la situazione: "Sony sta ora lavorando per fare in modo che siano riammessi a Napster tutti i nostri fan".

Napster in passato aveva bannato dal proprio servizio centinaia di migliaia di utenti identificati dai Metallica e da Dr.Dre, ma è la prima volta che lo fa senza mandato diretto della band, senza spiegare subito perché l'ha fatto e senza dire, neanche "a bocce ferme", quanti sono stati gli utenti colpiti dal provvedimento.

Se ora il caso specifico sembra risolto, il silenzio di Napster in realtà sembra testimoniare un momento di svolta, l'inizio di una strada intrapresa dall'azienda Napster dopo l'arrivo dell'ingombrante "socio" BMG, una delle cinque maggiori industrie discografiche del mondo controllata da Bertelsmann. Di certo si tratta di un caso che rischia di creare non pochi problemi di immagine al sistemone che per molti mesi ha combattuto in prima linea la battaglia per la sopravvivenza del file-sharing e che ora si trova a fare i conti con gli (ex) nemici.

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Ecco la nuova versione di “Napster” 

Tra le novità, un filtro per escludere le parole chiave. A dispetto delle previsioni, Napster, il sistemone di file sharing gratuito più amato dagli appassionati di musica, non ha chiuso i battenti o meglio, ha ritardato l'avvio del servizio a pagamento. Non solo. In occasione delle festività natalizie ha addirittura deciso di premiare i numerosissimi utenti rilasciando la nuova versione del programma, la 2.0 beta 8. Tra le novità degne di nota la possibilità di applicare un filtro per escludere determinate parole chiave.

Strenne natalizie a parte, il timore che da un giorno all'altro Napster, in virtù del recente accordo con Bmg, possa inaugurare il servizio a pagamento, rimane sempre vivo. A rafforzare tale convinzione, le ultime dichiarazioni del padre fondatore del sistemone che in una recente intervista ha dichiarato di voler "accontentare" i musicisti, trovando una soluzione che consenta loro di percepire dei proventi dalla musica online. Maria Elena Pistuddi

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Il nuovo Napster corre con i soldi che arrivano da Bertelsmann,
il colossissimo che ha deciso di esibirlo 
tra i propri gioielli di famiglia

Punti di vista - Il nuovo Napster corre con i soldi che arrivano da Bertelsmann, il colossissimo che ha deciso di esibirlo tra i propri gioielli di famiglia. Ieri le due aziende sono riuscite a tirar dentro una importante etichetta indipendente tedesca, Edel Music, che controlla anche altre case discografiche minori negli States.

L'accordo è per il nuovo corso di Napster un'ottima notizia, e l'azienda spera di usarlo come succosa carotina per attirare le altre grandi majors che l'hanno trascinata in tribunale. Ma quelle stan lì come muli e di carote non voglion sentir parlare.

Roma, non sono stati processati 4 senegalesi “indigenti”

CD falsi, non è reato “Napster fa copiare”
Marino Bisso

ROMA - Non c’è guadagno illecito e non è perseguibile penalmente chi vende cd per strada a prezzi ridotti. Anzi è in linea con la New Economy ed è paragonabile a una sorta di N”apster on the road” l’attività degli extracomunitari, costretti per necessità, a vendere sui marciapiedi le copie degli ultimi successi musicali. È una sentenza controcorrente quella emessa da Gennaro Francione, giudice della quinta sezione del Tribunale di Roma, che ha deciso di non processare quattro venditori ambulanti senegalesi fermati nei giorni scorsi mentre vendevano compact disk fuorilegge nelle vie della capita-

La sentenza è destinata a far discutere. In sei pagine il magistrato espone in modo articolato, citando vari principi giuridici e costituzionali, le motivazioni dell’insolito verdetto. “La legge e la giustizia vanno applicate in nome del popolo al quale spetta la sovranità e il metro di questa sintonia è proprio la rispondenza piena del popolo alle leggi penali emanate dal Parlamento, il quale può andare controcorrente quando contraddica lo spirito del comune sentire, incorrendo in tal maniera di fatto nella disapplicazione della norma scritta - scrive il giudice Francione -. Nel caso specifico la norma repressiva è desueta di fatto per l’abitudine di molte persone di tutti i ceti sociali che ricorrono all’acquisto dei cd per strada o li scaricano da Internet...”.

Il magistrato capitolino va addirittura oltre e rileva che nella vendita di cd falsi “il danno sociale è in concreto inesistente per analogia con la diffusione anticopyright dell’arte libera e gratuita in rete”. Nel fare riferimento alla “mancanza del danno sociale rilevante ai fini penalistici”, il giudice afferma, però, che “non si può escludere un risarcimento civilistico alla Siae” e ha disposto il sequestro e la distruzione del materiale. Il magistrato, inoltre, cita anche il caso Napster: “Anche grossi network, come Napster, si sono mossi da tempo in senso anticopyright e hanno permesso copie di massa”.

Nel verdetto viene sottolineato, inoltre, come le case discografiche siano “oligarchie produttive di arte che impongono prezzi alti, contrari ad un’economia umanistica, con economia anzi diseducativa per i giovani spesso privi del denaro necessario per acquistare i loro prodotti preferitie spìnti a ricorrere in rete a forme diffuse di pirateria riequilibratrice”.

La sentenza non piace a Enzo Mazza, presidente della Federazione contro la pirateria musicale nonché rappresentate degli industriali musicali: “È la “napsterizzazione” della giustizia. Così non si risolve nessun problema. Si tratta di un concetto contrario a qualsiasi trattato internazionale. Ancora una volta vince il concetto tipicamente italiano, che ci rende ridicoli ovunque, del “tengo famiglia”. Questa assoluzione è in contrasto con la nuova legge anti-pirateria….

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Napster, 72 ore per la vita

 135.000 titoli dovranno essere filtrati entro mercoledì. Ore decisive per Napster. Il popolare servizio di scambio via Internet di file musicali, ha tempo fino a mercoledì prossimo per attivare il filtro su altri 135.000 brani coperti dal copyright.

La Riaa, l'associazione delle industrie discografiche che ha lanciato l'offensiva giudiziaria contro Napster, ha infatti trasmesso una nuova lista di canzoni vietate alle quali dovrà essere impedito l’accesso, pena la sopravvivenza del sistemone.

La lista dei brani da “proteggere”, stilata dalle cinque major che hanno trascinato Napster in tribunale, nasce come risposta all’ingiunzione dei giudici di San Francisco che martedì scorso avevano riconosciuto alle case discografiche il diritto a difendere il copyright dei propri artisti.

Per il momento Napster non ha commentato l'ultimatum e il sito funziona regolarmente. Le 135.000 canzoni da vietare saranno comunicate dalla Riaa a Napster per via elettronica e i tecnici del sito di scambi musicali dovranno subito mettersi al lavoro per cercare di bloccare lo scambio di brani protetti da copyright. M.E.P. 

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Napster, 24 ore per distruggere un mito
Ridotto drasticamente il numero di utenti del sistema

Sono bastate 24 ore per offuscare un mito, per far calare il sipario su una vicenda che appassiona da mesi il popolo del Web. Napster, il più celebre sistema per scaricare musica gratis da Internet, è ormai ridotto ai minimi termini. Da mercoledì, data stabilita dai giudici per dire basta al download proibito, la quantità di brani scaricati è precipitata del 50% mentre il numero di quelli condivisi (ascoltati soltanto on line, quindi) si è ridotto addirittura del 60 per cento.

Il bollettino di una guerra ormai finita è stato certificato e reso noto ieri da Webnoize, società di rilevamento che da tempo segue l'andamento del sito. E anche se in Rete è ormai diffusa la voce secondo cui esistono diversi escamotage per aggirare le protezioni imposte dai giudici a tutela del copyright, il numero di file copiati è indubbiamente sceso.

Lo dimostra il fatto che prima dell'ultimo filtro attivato da Napster, ieri sera, (le prime ore del mattino di oggi in Italia), ogni utente scambiava una media di 172 file musicali. Oggi quel numero è calato a 71. Maria Elena Pistuddi

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E' Aimster il successore di Napster
Sono già 2,5 milioni gli utenti registrati

Non è bastata la sentenza contro Napster ha far desistere i 50 milioni di utenti che giornalmente si scambiano attraverso la Rete i loro file musicali. Orfani del sistemone inventato da Shaw Fanning i patiti di musica si sono rivolti in queste ultime settimane ai vari cloni già esistenti su Internet ma fino ad oggi poco considerati. Tra questi, candidato allo scettro come naturale successore di Napster, c’è Aimster.

Nato lo scorso agosto grazie al lavoro di 16 giovani genii del computer e del loro capo, Johnny Deep, Aimster ha gia' raccolto 2,5 milioni di registrazioni e punta a conquistarne molte di piu' grazie al suo particolare bacino d'utenza: gli 80 milioni di adulti e ragazzi che ogni giorno nel mondo si scambiano messaggi attraverso il servizio di 'instant messaging' di America OnLine.

Aimster si basa sull’utilizzo di un software che permette agli utenti di Aim (il servizio di messaggi istantanei di Aol) di scambiarsi file digitali di ogni genere: musica, ma anche testi, video, fotografie. Il meccanismo e' ispirato a Napster e anche il nome del software, Aimster, non e' che la fusione tra Aim e Napster.

I file da scambiare sono sui pc degli utenti, Aimster si limita a fornire il programma che permette di individuarli e scambiarli attraverso il servizio di instant-messaging, che sta diventando sempre piu' importante su Internet.

La potenzialita' di Aimster sta nel fatto che nessuno scambio avviene attraverso i suoi computer e questo per ora l'ha tenuta al riparo da azioni giudiziarie. ''Noi ci limitiamo a fornire il software - ha detto Deep al 'Washington Post - non abbiamo idea di cosa ci fanno.

Siamo come i produttori di videoregistratori, che non sono certo responsabili se la gente li usa per fare copie pirata''. M.E.P.

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“Napster”e dintorni: salvo il
copyright, violo la privacy

Si chiama Copyright Agent. E’ un software studiato per proteggere i diritti d’autore dei musicisti piratati dai fan di Napster. E ha già identificato almeno un milione di copie non autorizzate delle canzoni di Roy Orbison. Il programma setaccia i computer  degli utenti di Napster alla ricerca di files musicali. Quando trova un brano piratato, identifica l’indirizzo IP del computer e chiede a Napster di bloccare l’accesso al suo sito finché il brano in questione non sia stato cancellato: e quando il “ladro” tenta di connettersi a Napster, viene dirottato automaticamente sul sito di Copyright.net. Qui viene caldamente invitato a comprare la musica sui siti partner: Virgin, Amazon o Barnes&Noble. “Una tattica quantomeno invasiva”, protestano quelli di Digital Media Association: nel tentativo di proteggere il copyright, si infrangono le regole della privacy.

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Napster, il filtro non basta

Napster ancora sotto gli occhi severi della legge dopo che la RIAA, la potente associazione che tutela gli interessi delle case discografiche negli USA, ha accusato il servizio di file-sharing di ignorare le ingiunzioni del giudice federale Patel che imponevano un blocco dei brani coperti da copyright. E con flagrante intenzionalità per giunta, sostiene la lobby, secondo la quale il sito americano faciliterebbe lo scambio illegale di milioni di file. "Non c’è segno effettivo di filtraggio dei file protetti dal diritto d’autore nel sistema congegnato da Napster - ha tuonato il presidente della RIAA Hilary Rosen - Non pensiamo si tratti di un effetto involontario."

In un documento depositato dai legali della RIAA presso la Corte Federale di San Francisco, il tribunale competente che il 5 marzo aveva ingiunto alla società fondata da Shawn Fanning di predisporre dei controlli sull’accesso al downloading, c’è una precisa accusa di non osservanza delle disposizioni del giudice Patel. Quindi il solito balletto di dichiarazioni e contro-dichiarazioni. All’accusa risponde infatti Hank Berry, presidente della società californiana:"Si tratta di un tentativo di cambiare argomento più che di ricercare un modo di cooperare con noi per ottemperare al dettato dell’ingiunzione". Secondo la RIAA, in particolare, aggirare il sistema di filtraggio utilizzato da Napster, basato sulla schermatura del filename dell’artista e del brano che viene scaricato, sarebbe un gioco da ragazzini. Basta effettivamente rinominare i file in modo che il risultato, pur errato, sia agevolmente riconducibile all’originale.

Un esempio: invece di "Britney Spears", il nome corretto della cantante, il file viene ribattezzato "Brintey Spears". Il contenuto musicale è lo stesso e a cambiare, anche se di poco, è solo il nome. Questo trucchetto banale è in grado di perforare il poroso sistema di blocco e, nello stesso tempo, di aggirare la lettera dell’ingiunzione del giudice. L’associazione dei discografici americani ha ora chiesto al tribunale di imporre a Napster un sistema di filtraggio più efficace, in grado almeno di impedire lo scambio on line dei 7000 brani coperti da copyright contenuti nell’elenco che la RIAA aveva provveduto a fornire al servizio di file swapping. Brani che invece continuano, anche se in misura minore, ad essere scambiati impunemente sulla Rete. Massimilano Lasio

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 Napster non rispetta gli accordi
Nuova denuncia della Riaa

Napster il più famoso sistema al mondo, realizzato per lo scambio di file tra gli utenti della Rete, è nuovamente nei guai. La "Recording Industry Association of America", conosciuta anche come Riaa, ha infatti dichiarato le proprie intenzioni a rivolgersi nuovamente al tribunale. La presa di posizione della Riaa sarebbe stata determinata dal comportamento scorretto di Napster.

Questa, infatti, non sembra aver rispettato la recente sentenza del giudice, che le intimava di rimuovere dal suo archivio i brani coperti dal diritto d'autore indicati sulle liste compilate dalle case discografiche. L'inosservanza è stata dimostrata da una squadra di tecnici della Riaa. Inserendo i nomi "alterati" dei cantanti o delle canzoni vietate, infatti, è stato possibile ascoltarle e scaricarle.

"Gli era stato imposto di eliminare 500.000 lavori protetti dal copyright e non lo hanno fatto. - ha spiegato Jano Cabrera, della Riaa - Devono rendersi conto che hanno perso una causa e che devono rispettare la sentenza del giudice". Napster, da canto suo, si è giustificata dicendo che sta già facendo il possibile per rispettare l'ingiunzione. Questo verrebbe confermato anche dal volume di mp3 che quotidianamente vengono scaricati, più che dimezzato nel corso degli ultimi giorni. Roberto Zonca

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In Belgio caccia a chi copia CD senza scopo di lucro
La nuova strategia dell’industria del disco
La Polizia arriva a casa 

Napster, come fino ad oggi lo abbiamo conosciuto, non esisterà piu. Già oggi non è 1più come era fino a qualche settimana fa, e molte canzoni non possono più essere scaricate, per rispetto alle leggi sul copyright. Questa novità è frutto di un accordo, imposto da un tribunale americano, tra Napster e l’industria discografica, un accorcio per molti versi ragionevole, che mira a difendere il diritto d’autore, a non criminalizzare gli utenti, a far in modo che Napster non chiuda. E in Europa? in Europa lo scenario è curiosamente diverso. E per raccontarlo vale la pena confessare che anche io, come milioni di altri frequentatori di Internet, ho scaricato musica gratuitamente da Napster, l’ho fatto molte volte, e conservo i files sull’hard disk del mio computer. Per questo, secondo I’Ipfi, l’associazione internazionale delle industrie discografiche, merito di essere perseguito, che la polizia entri in casa mia, che prenda possesso del mio pc, e che mi mandi anche in galera. Ora, credo ci sia una certa differenza tra me e la mafia internazionale, che controlla il mercato della pirateria discografica, penso che nonostante tutto copiare musica gratuitamente, anche se illegale, non sia un atto criminoso, fino a quando questa musica non la copio a scopo di lucro.

Secondo il ragionamento dell’Ipfi, invece, Chiunque abbia scaricato musica da Napster è equiparabile a chi fa parte della malavita, quella che pratica davvero la pirateria discografica. Tale è la sicurcurezza dell’Ipfì da aver messo in moto la polizia belga che è andata nelle case di alcuni utenti sospettati di aver scambiato files su Napster, per trovare prove dell’avvenuta “violazione delle leggi sul copyright”. “Abbiamo identificato diverse centinaia di utenti di Napster”, ha dichiarato Marcel Heymans, direttore dell’Ipfì in Belgio, “i nomi dei 100 utenti più attivi li abbiamo dati alla polizia”. Qualche settimana fa l’Ipfi ha annunciato che tra qualche tempo il check diventerà automatico, con un software che permetterà di individuare milioni di utenti. “Vogliamo essere aggressivi contro la pirateria, specialmente con quelli che scaricano grandi quantità di musica”, ha dichiarato Adrian Strain, portavoce dell’lpfi. E quali sono le “grandi quantità”, chi le stabilisce? lo ho in casa circa 8000 cd, e sul computer almeno 200 canzoni scaricate da Napster. duecento canzoni, per quel che mi riguarda, sono pochissime. Magari per I’Ipfi sono una grande quantità, e io sono un pirata. Estendendo il ragionamento dell’lpfi nessuno è più sicuro in casa propria: se avete registrato dei dischi su cassetta e avete fatto uno scambio con un parente o un conoscente, beh, siete dei pirati, avete violato le leggi sul diritto d’autore.

C’è poco da fare, anche se la recente direttiva sul diritto d’autore approvata dal Parlamento europeo stabilisce che se non esiste uno scopo di lucro, diretto o indiretto, la copia privata è legale. L’uso di Napster non lo è, ma - è qui il cuore del problema - siamo certi che i pirati, quelli che vendono centinaia di migliaia di copie di dischi falsi, usino Napster per approvvigionarsi? Non fanno prima a comprare un disco nei negozi e clonarlo? E se è vero che la gente ha a disposizione Napster per la musica gratis perché dovrebbe andarla a pagare da un altro pirata via Internet, quando a prezzi bassissimi la può trovare dall’ambulante sotto casa? In realtà l’Ipfi ha dato il via alla “strategia del terrore” per spingere i ragazzi a non utilizzare più Napster, per fare in modo che uffici e università blocchino gli accessi, in modo da ridurre pian piano i “danni” del sistema. Ma così facendo, trattando tutti allo stesso modo, rischia di dare spazio a chi vorrà esaudire il desiderio di musica a basso costo in maniera davvero illegale. Chi scarica musica da Napster nella quasi totalità è un appassionato di musica, gli utilizzatori del sistema amano la musica, i pirati no, non amano la musica, la sfruttano e basta. Ed è una differenza della quale l’industria dovrebbe tener conto. Ernesto Assante

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Real e le major del disco fanno MusicNet

Ieri sera è stato annunciato un accordo importante per lo sviluppo della distribuzione musicale in Internet. RealNetworks, società sviluppatrice del popolare player musicale Real, ha confermato di aver stretto un accordo importante con AOL Time Warner, Bertelsmann e il gruppo EMI. Al centro dell'accordo c'è il progetto di creare un servizio di streaming e downloading in Rete ad abbonamento. Un segnale importante in questo momento delicato per la musica online, con la progressiva decadenza di Napster e la necessità di tovare, in tempi stretti, un'alternativa facile da usare per gli utenti, accattivante dal punto di vista commerciale e sicura dai rischi di pirateria.

Real Player è forse il più diffuso software per la riproduzione di file musicali. Non è un caso che le attenzioni delle multinazionali discografiche siano cadute spontaneamente su questo popolarissimo player. RealNetworks lavorerà per sviluppare la piattaforma tecnica del servizio ad abbonamento, le condizioni di iscrizione allo stesso servizion saranno fissate da AOL Time Warner, Bertelsmann ed EMI, in attesa di futuri partner di prestigio.

Novità sul futuro della musica su Internet, arrivano anche dall'accordo tra Sony e Vivendi Universal. Le due compagnie stanno sviluppando il servizio Duet che sarà lanciato d'estate. Cristiano Sanna

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Anche Microsoft pensa al dopo Napster
Nasce il portale Msn.Music

Decisa a non rimanere fuori dal nuovo scenario creatosi nel dopo Napster, anche Microsoft si butta a capofitto nel mercato della musica online. Ad appena due giorni di distanza dall' annuncio dell’accordo Aol-Time Warner per la fornitura a pagamento di file musicali, nasce infatti Msn.Music il nuovo portale di casa Redmond.

Anche se il confronto con Napster appare quasi spontaneo, il nuovo servizio Msn.Music è in realtà ben diverso. Non consente di effettuare il download delle canzoni direttamente sul computer ma, grazie ad uno speciale software in grado di riconoscere suoni simili, dà invece la possibilità di creare una sorta di radio personalizzata. Gli amanti del rock potranno, per intenderci, impostare il programmma in modo da ottenere una selezione di brani appartenenti a quel genere musicale.

Per utilizzare il Msn.Music non occorrerà pagare alcunché; gli utenti che aderiranno al servizio dovranno tuttavia sorbirsi una discreta quantità di spot pubblicitari che compariranno sullo schermo del pc ogni quattro canzoni. I piani futuri di Microsoft vanno comunque ben oltre quello che abbiamo appena descritto. L' obiettivo è infatti quello di offrire un servizio ancora più avanzato grazie al quale gli utenti potranno non solo scegliere un genere musicale ma anche selezionare direttamente i brani del proprio cantante preferito. Insomma, una specie di Napster che però consentirà il download soltanto a pagamento. M.E.P.

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Il principe Roy e la principessa Joan 

Se con la chiusura di Napster le case discografiche pensavano di fermare le continue violazioni dei diritti d'autore, si sbagliavano. Il giovane informatico canadese Matt Goyer ha pensato di creare un clone di Napster (il nome è top secret) e situarlo sul Principato di Sealand al largo delle coste inglesi, in acque internazionali e pertanto in zona franca, al riparo dalle leggi statunitensi che vietano la pirateria.

La sede prescelta dal giovane è il "Principato di Sealand", una ex piattaforma petrolifera e base antiaerea creata dalla Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale. Al termine del grande conflitto la struttura venne abbandonata e, nel 1966 occupata dall'eccentrico Roy Bates, un maggiore in pensione dell'esercito britannico. Nel 1968 Bates decise, arbitrariamente, di fondare la piattaforma in un vero e proprio Principato.

L'isola artificiale si trova nella parte meridionale del Mare del Nord, a poco più di 7 miglia nautiche dalla costa inglese. Da qualche mese Sealand si offre alle aziende e alle organizzazioni di tutto il mondo come arma contro le invasioni del proprio spazio elettronico. Chiunque potrà, previo il pagamento di una cifra adeguata, conservare le informazioni più riservate e i segreti sulla propria attività. I dati presenti sui server "sealandiani", infatti, non potranno essere sottratti da nessun ente o agenzia governativa.

L'unico modo per fermarli sarebbe dichiarare guerra al principato e distruggere fisicamente i computer. L'ideatore del clone di Napster ha reso disponibili tutti i dettagli del proprio progetto sul sito "fairtunes.com".