TEATRO
Impressioni di Viaggio

Murray Abraham: io, un cattivo
innamorato di Totò e Peppino
L'attore ha debuttato ieri alla Versiliana con "Notturno pirandelliano"
accanto a Michele Placido

ROMA - Premio Oscar nell'84 per il Salieri impeccabilmente permaloso e tetro nell'Amadeus di Milos Forman, lo statunitense 61enne Murray Abraham, madre calabrese e padre siriano, taglia solida ma temperamento idealista, calca da ieri sera per la prima volta un palcoscenico di casa nostra interpretando alla Versiliana L'uomo dal fiore in bocca di Pirandello, in versione inglese con sopratitoli, preceduto da Michele Placido che dello stesso autore recita La carriola, un dittico coordinato da Renato Giordano.

Lo spettacolo è atteso poi da giovedì 19 al Teatro Vittorio Emanuele di Messina. Ha una faccia vissuta e un ardore non comune, quest'attore americano che deve la sua grande popolarità al film di Forman, tanto da averne poi ottenuto una durevole fama di cattivo.
Che relazioni ci sono, Abraham, tra le sue origini e la carriera artistica?

«Io ho un'anima latina. Nasco di sangue italosiriano, ma sono americano, e parlo anche spagnolo perché ho frequentato il Messico. Mi definisco un uomo del mondo, pronto a vedermela con qualsiasi pubblico. E il teatro è il ring più primitivo e più diretto che ci sia. Un teatro fatto non solo di parole ma di energie. Come io ci sia arrivato, beh, questo è un mistero. Mio padre era meccanico, la mia gente erano contadini poveri, nessuno aveva cultura. Io però ho cominciato a leggere a 12 anni, bloccato da una malattia che non mi faceva camminare. E a 16 anni a scuola mi reclutarono in una recita. Una scoperta, una cosa divina».

Come mai l'esperienza di "Amadeus" le ha rivoluzionato vita e professione? Fino a quel momento che genere d'artista è stato?
«Io ho fatto per almeno 15 anni esclusivamente l'attore comico. Nel senso che mi divertivo nei panni di un ridicolo Bottom nel Sogno di Shakespeare, o interpretavo l'Arlecchino servo di due padroni, per non parlare di una lunga serie brillante in tv. Da quando il ruolo di Salieri m'ha dato maggiore notorietà, qualunque produzione cinematografica m'ha riservato personaggi negativi, drammatici. E invece nessuno intuisce quanto potenziale buonumore ci sarebbe dietro volti di attori assurti a eroi difficili...».

Esempi?
«Prendiamo Al Pacino. Lo conosco bene, anche se non siamo proprio amici. Lui è un comico sputato. Potrebbe fare benissimo Totò, e il mio sogno sarebbe quello di giocare a far rivivere Peppino accanto a lui. Ciò non toglie che io ami profondamente una parte seria come quella di Re Lear. L'ho sperimentata due volte, una con successo e una con un tonfo. In America succede così. Ma l'autore più universale, per me, è Cechov. Ha scritto un teatro per gli attori, così come ha fatto anche Eduardo».

Non crede nella drammaturgia contemporanea?

«Ritengo che sostenere il teatro di oggi sia un dovere. Mamet, tanto per fare un nome, non è un autore nuovo, ma resta molto particolare. Io noto comunque che in America va facendosi spazio un fenomeno più aggressivo, un meticciato di testi che hanno una radice messicana, un modello importante anche se non valido dappertutto. Uno degli obbiettivi è abbattere la cortina dei prezzi carissimi dei biglietti. Una cosa giusta. Il teatro deve essere a disposizione della gente. Come dice il vostro Dario Fo».

Ne "L'uomo dal fiore in bocca" lei affronta da vicino il tema della morte. E' un argomento che le incute imbarazzo o confidenza?
«La ritengo una realtà sempre incombente. Due miei fratelli sono morti nel servizio militare. Io, una volta, guidavo tornando a casa dal set e una macchina con due ubriachi mi venne addosso. Loro morirono. Io dopo quattro giorni tornai a lavorare. Il cinema, ma soprattutto il teatro, ti aiutano a cambiare vita, a tuffarti in altre vite. C'è qualcosa di mistico, in questo, non crede?».